Lu cuscetore
Tra i tanti artigiani troviamo il sarto che era un lavoratore tenuto in una
certa considerazione nella società locale. Era un mestiere praticato da
un buon numero di cittadini e, a parte qualche eccezione, tutti
lavoravano in casa propria e, così facendo, risparmiavano l'affitto
della bottega e potevano usufruire dell'aiuto delle donne della
famiglia. Tutti, però, avevano lo stesso ragazzi e ragazze come
apprendisti. Le ragazze, dopo le prime nozioni del mestiere, lasciavano
per andare a completare l'istruzione dalla mastra. E non
poteva essere diversamente data la mentalità che considerava
sconveniente per una ragazza il mestiere di sarta da uomo.
Di sarte da donna ce n'erano abbastanza e tutte le mamme mandavano le
figliole a scuola di cucito, dalla mastra. Le adolescenti ci
andavano volentieri per uscire un poco dalle mura domestiche, per
sfuggire alla noia. Ma non si trattava solo di voglia di evasione; c'era
un motivo più serio che riguardava il proprio avvenire: ognuna di loro
pensava al matrimonio e, quindi, a una famiglia da portare avanti e
nella famiglia, si sa, soprattutto se povera, tornava comodo saper
cucire, rammendare, rattoppare e recuperare, perciò, camicie, calzini,
pantaloni da lavoro rotti.
Andando dalla sarta, le ragazze avevano anche la possibilità di girare per le
vie del paese ad acquistare, per esempio, rocchetti di filo (rutelle)
per cucire, bottoni, nastrini, ecc. Andavano sempre in coppia, mai
da sole. Le 'maestre' erano responsabili della condotta delle
allieve. Ma quante grazie in quelle ragazze poco più che adolescenti!
Erano giovani, inesperte, ma non stupide. Quando un giovanotto più
audace si avvicinava e sussurrava loro una frase dolce, arrossivano e,
non sapendosi disimpegnare adeguatamente, si limitavano a scambiarsi la
frase, tutta sammarchese: mah, che scia 'mpise.
Quelle ragazze erano graziose in tutte le loro manifestazioni. Erano ingenue e
maliziose, dolci, timide e provocanti, ma sempre carine, mai scostumate
e volgari, sostanzialmente oneste.
I ragazzi, invece, andavano dallu mastre per imparare il mestiere e
chi proprio aveva intenzione di fare il sarto nella vita doveva andare
un po' di tempo fuori Sammarco, in qualche città, per imparare
soprattutto il taglio.
La prima lezione che il mastro impartiva al suo
apprendista consisteva nella capacità e abilità di tenere bene al dito
medio il ditale: era fondamentale imparare a tenere il dito piegato
all'interno del palmo della mano con il ditale infilato. Il sarto non
poteva lavorare senza quel piccolissimo attrezzo perché per infilare
l'ago, soprattutto se la stoffa era ruvida, grossolana o doppia,
occorreva una piccola pressione.
Dopo si passava a fare lu soprappunte, a coprire, cioè, gli orli
della stoffa con dei punti lunghi per evitarne lo sfilacciamento.
Cominciavano, poi, ad imbasfire le parti di un vestito e, solo dopo
diversi anni di pratica, compresa quella di taglio fatta fuori paese, il
mastro gli metteva tra le mani un capo di vestiario, tenendolo
continuamente sotto controllo per evitare errori irrimediabili. Ci
voleva tanta pazienza e tanta buona volontà per diventare un
"sarto finito", qualificato in tutti i sensi.
Per confezionare un abito, si iniziava a prendere le misure: si partiva
dalle spalle, poi era la volta della manica della giacca, quindi il
torace, la vita, le anche e, infine, le gambe dei pantaloni,
dall'inguine in giù. I numeri delle misure andavano scritti sulla
pagina di un quaderno, in testa alta quale andava scritto il nome del
cliente.
C'era chi tagliava direttamente la stoffa in base alle misure prese e chi,
invece, faceva prima un modello di carta. In questa fase, il sarto
lavorava, diciamo così, di metro e gesso sulle diverse parti della
stoffa.
Quando l'abito era stato imbastito, si procedeva alla prima prova addosso al
cliente per vedere se andava allargato, ristretto, accorciato o
allungato: il sarto, con il gesso in mano, scuciva la parte imbastita e
segnava le modifiche da apportare. C'erano poi altre prove, ma ogni
sarto aveva il suo metodo e la sua serietà.
Le asole della giacca, del gilet e dei pantaloni venivano spesso affidate a
persone specializzate, soprattutto sotto le feste quando c'era più
lavoro. Fare le asole non è una cosa semplice e facile, soprattutto per
giacche e cappotti: bisognava applicare il "laccetto", un
cordoncino che veniva ricucito lungo tutto l'orlo dell'occhiello.
Occorreva una certa abilità e oculatezza anche per attaccare i bottoni e farli
corrispondere all'asola giusta. Si fermavano prima con del filo
resistente e poi bisognava zepparle, fissarli bene alla stoffa
dopo aver praticato li pedecine, un piccolo gambo allo scopo di
rendere più facile l'entrata e la tenuta del bottone nell'asola.
Insomma, era nei particolari che si vedeva la bravura e la serietà
dell'artigiano: quando il vestito andava bene, la gente lo notava e
s'informava sul suo autore. La pubblicità si faceva da sola. |