La spigolatrice
Non
troppi anni addietro, dalle nostre parti, c'era la spigolatrice che si
recava sola o con i suoi familiari in campagna a raccogliere le spighe
di grano cadute dalla mietitrice oppure da li manocchie (covoni).
Era un lavoro che svolgevano soltanto i poveri. E, solo povere donne
potevano farlo nel bel mezzo del Tavoliere, curvate da mane a sera sotto
il sole che dardeggiava sulle nuche. Nonostante mettessero lu maccature
'ncape (un foulard sulla testa), era impossibile sfuggire alla
calura. Oggi per fortuna non ce ne sono più di spigolatrici, essendo
mutate le condizioni sociali ed economiche; il progresso generale ha
fatto sì che vecchie leggi e sorpassate usanze fossero accantonate e
sepolte: speriamo per sempre.
I
popoli si sono in parte emancipati dalla paura e dal bisogno di epoche
precedenti grazie ad aspre lotte operaie e popolari. Anche i nostri
braccianti agricoli, ed i lavoratori in genere, hanno subito delle
trasformazioni enormi e per fortuna certe cose non esistono più.
I
miei ricordi si riferiscono agli anni Trenta, quando il fascismo
trionfava su tutti i fronti e agli italiani si faceva cantare Faccetta
nera bella Abissina. Le nostre popolazioni facevano la fame ed erano
soggette a ingiustizie di ogni sorta. Nelle famiglie si faceva fatica a
tirare avanti. Il malessere regnava ovunque. In queste condizioni i
salariati addetti ai lavori della raccolta del grano portavano con loro,
in campagna, le mogli a spigolare e, se avevano qualche figlia
grandicella, certamente non la lasciavano in paese. È inutile far
risaltare le gravissime difficoltà che incontravano le donne le quali
avevano avuto la sventura di perdere il marito in giovane età, magari a
causa della malaria contratta lavorando nelle masserie ad alto rischio
(zone paludose, impantanate, piene di zanzare portatrici del malanno).
Le
donne, per avere la possibilità di spigolare, dovevano, nelle ore di
riposo, occuparsi della pulizia dei locali, della biancheria dei padroni
e aiutare a cucinare per le molte persone che in quel periodo lavoravano
in campagna.
Le
spigolatrici attaccavano a lavorare la mattina molto presto e, con il
fresco, si recavano nelle pezze (campi già mietuti) a cercare
nella restoccia (le stoppie) le spighe cadute durante
le operazioni della mietitura o nell'atto di caricare i covoni sui carrettoni
che li trasportavano alla trebbia. Le raccoglievano e facevano la mannedda
(un mazzetto da poter tenere in mano); dopo, con un coltello che
portavano sempre con sé, tagliavano le spighe e le mettevano nella
grossa sacca che portavano legata alla cintura. La cucuma
(recipiente a mò di fiasca in terracotta) non mancava mai. L'acqua era
necessaria per dissetarsi durante le lunghe ore di esposizione al sole
cocente di giugno-luglio. Chinate continuamente a cercare tra le
stoppie, con il caldo soffocante e tutte sudate, accompagnate dal
continuo mal di schiena, a fine giornata erano esauste, sfibrate e
incapaci di stare in piedi.
Non
tutte le spigolatrici erano autorizzate a sostare nei campi. C'erano
quelle che venivano con tutta la famiglia e giravano da un campo
all'altro senza permesso essendo di altri centri e, così, spesso
nascevano litigi tra chi si sentiva protetta dal padrone e chi non vedeva
la ragione di essere respinta dopo la mietitura. La solita guerra tra i
poveri.
I
padroni, per evitare che i forestieri si avvicinassero ai covoni per
tagliare le spighe con i falcetti, in quel periodo (della mietitura e
trebbiatura), assumevano un guardiano allo scopo di tenere lontano i terrazzani
dalle loro pezze e a cavallo giravano continuamente sui loro
possedimenti, anche armati, decisi a far rispettare la legge. I
guardiani, il più delle volte, venivano assunti solo per qualche mese,
per il solo "periodo dell'aria" quando tutto era stato rezelate
(finita la trebbiatura ed ogni cosa era stata messa al suo posto);
dopo anch'essi andavano ad ingrossare le file dei disoccupati. Però, in
generale, si trattava di gente poco affidabile: ruffiani e manutengoli,
tipi poco raccomandabili e pronti a tradire un padrone per un altro.
Le
spigolatrici erano soggette sovente ad attacchi di febbre malarica e,
quando ciò accadeva, non si aspettavano l'aiuto da nessuna parte. La
sanità pubblica a stento elargiva il chinino, amaro come il veleno, la
cui efficacia lasciava molto a desiderare. Del resto lo Stato italiano
era impegnato "a portare la civiltà" in Africa, in Albania e
altrove lasciando gli italiani, specie i meridionali, nel più completo
abbandono.
Eppure
tra tanta fatica, sofferenze e mancanza di una qualsiasi speranza per il
domani, di tanto in tanto, nella calura più soffocante, era possibile
percepire una flebile voce che intonava il motivo di qualche canzonetta in voga. Cantavano per il piacere di
vivere a quel modo o per quella rabbia che covavano in corpo contro i
responsabili di tanta ingiustizia? Mah...
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