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La levatrice

Vecchi mestieri del Gargano
La Levatrice

La mammana

San Marco in Lamis Libretto di famiglia rilasciato dal Podestà nel 1939In passato, ad aiutare, come potevano, le donne in procinto di partorire, c'erano le mammane. Non tutte erano diplomate e abilitate all'espletamento dell'attività. Certamente ci saranno state delle leggi che disciplinavano la materia, ma molte praticavano il mestiere senza nessuna preparazione. In questi casi contava la pratica e l'esperienza acquisita nel settore in tanti anni di attività lavorativa semiclandestina.

Certamente il mestiere non richiedeva molta teoria, essendo praticato soprattutto per esperienza diretta, oltre che sulla base dei consigli che venivano dalla mamma, dalla zia e da altre donne della famiglia. In passato c'era un'intera famiglia le cui donne praticavano, quasi tutte, il mestiere di mammana. Non so quante di loro avessero conseguito il diploma di levatrice.

Oggi la levatrice segue la partoriente per tutta la gravidanza, sino al parto, che, comunque, non avviene più in casa; oggi si può sapere addirittura il sesso del nascituro. Una volta, invece, la donna rimasta incinta non ricorreva nè al medico nè alla levatrice perché andavano pagati. Questo era il motivo per cui le partorienti tiravano avanti fin che potevano con il solo aiuto della mamma e delle comari del vicinato, che erano importanti e rivestivano un ruolo fondamentale nella vita di tutti i giorni all'interno del quartiere. Sapevano tutto di tutti. Non esistevano problemi, anche i più personali, che sfuggissero all'intuito delle donne del vicinato. Questo dipendeva anche dal fatto che le strade erano strette e le porte delle abitazioni erano una vicina all'altra. Anche senza volerlo, si finiva con il sapere quanto avveniva nella casa di fronte o in quella accanto.

Ad ogni porta corrispondeva un'abitazione, con dentro una famiglia più o meno numerosa. 'Inoltre, tra un "sottano" e un "soprano" c'era una comunicazione di fatto. Lu iuse e lu suse erano divisi da una travata con delle traverse. Sopra quell'impalcatura di legno c'era il lastrico, fatto di rena e calce, o, solo in seguito, anche di cemento. Era un impasto che non resisteva a lungo e presto si rompeva, soprattutto ad opera de li trispete (cavalletti di ferro su cui poggiavano le tavole e il saccone pieno di foglie di granturco, che fungeva da materasso). Si creava di fatto una comunicazione permanente. Si litigava, si scherzava, si rideva, si faceva all'amore con l'altra famiglia che, in pratica, sentiva tutto. Pertanto quando nasceva un bambino lo sentiva tutto il vicinato. I suoi vagiti venivano avvertiti fin dal primo istante.

Questo modo di vivere, per molti giovani d'oggi, potrebbe sembrare sconveniente. Ma, in quelle strade, tra quella gente, nonostante i soliti pettegolezzi, le critiche e le invidie, c'era più umanità e più solidarietà. In un tale ambiente, una donna incinta chiamava la mammana solo all'ultimo momento, prima del parto.

In qualunque ora del giorno, e soprattutto di notte, la mammana si alzava e subito, accompagnata dai famigliari della partoriente, si recava all'abitazione dove l'aspettava la donna, già con le doglie avanzate.

Le donne del vicinato facevano trovare tutto pronto: acqua calda abbondante, fasciature (pannolini) e asciugamani. Nato il bambino, la levatrice se ne tornava a casa con il guadagno della prestazione in tasca: si rivedeva quando, in braccio, portava in chiesa il bambino per il battesimo. Era questa un'usanza che tutti osservavano: se ne faceva un punto d'onore. Non sarebbe stato compreso da nessuno battezzare il neonato senza la levatrice che l'aveva aiutato a venire al mondo.

In occasione del battesimo il bambino veniva vestito e "addobbato" con cammisciola, juppuncedde e vavarola, dopo essere stato avvolto in un susseguirsi di culozze e fasciature, che coprivano, appunto, tutto. Il bambino rimaneva chiuso in quelle fasce per gran parte della giornata, fino a quando la mamma non lo sfasciava per le pulizie e per cambiargli lo sporco deposto ne li culazze. Quando erano vestiti di tutto punto, sembravano delle piccole mummie viventi che muovevano soltanto la testina, perché anche le manine, per un po' di giorni, rimanevano strette nelle fasce.

Quando la mamma sfasciava il bambino, questi, sentendosi libero, sgambettava a più non posso, dimostrando, con ciò, di gradire enormemente quella breve libertà.

In quell'ambiente e in quelle condizioni culturali la mammana rivestiva una considerevole posizione sociale. Economicamente stava bene, ma non andava oltre un certo limite, in quanto la società, nel suo insieme, era povera. Se non ci fosse stato il marito a lavorare, le sue condizioni non sarebbero state delle più floride.

Quando una levatrice saliva una delle nostre lunghe strade, specie d'estate, con le donne che sedevano fuori di casa a fare la calza, a rattoppare indumenti consumati, a filare la lana, era riverita da tutti e lei per ognuna di quelle donne aveva qualche parola di attenzione. Aveva un portamento sicuro, padrona di sé e della funzione sociale che rivestiva e cercava in tutti i modi di esserne degna. Era sempre vestita con una certa ricercatezza, senza eccedere nell'eleganza fuori posto e pacchiana.

La levatrice era chiamata molto spesso di notte, anche per situazioni da tenere nascoste.

Diploma o non diploma la mammana a quei tempi era una delle figure professionali più utili a tutta la società e, pur in presenza di un ospedale, come nel caso di Sammarco, non si rinunciava a ricorrere per il parto alla mammana.

Oggi le mammane non occorrono più. Ora tutto è cambiato. Per venire al mondo, il bambino trova l'aiuto dell'ostetrica, del ginecologo, dell'infermiera oltre che di macchine moderne e sofisticate che lo accolgono appena nato, che lo cullano fino a raggiungere il peso giusto. Questi ed altri accorgimenti hanno permesso di debellare, quasi del tutto, la mortalità infantile.

Tuttavia, a prescindere dalle straordinarie scoperte scientifiche nel campo della medicina, la vecchia levatrice che gira ancora per le strade di Sammarco è fatta segno di manifestazioni di simpatia da parte delle donne di una certa età. Eh, sì. Tutto è cambiato. Anche il modo di atteggiarsi dei neonati.

Una volta si diceva che i bambini aprivano gli occhi un mese dopo la nascita. Oggi nascono, come si suol dire, già con gli occhi aperti.

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Pubblicato il: Venerdì, 13. Agosto 2004 (856 letture)
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