La mammana
In passato, ad aiutare, come potevano, le donne in procinto di partorire,
c'erano le mammane. Non tutte erano diplomate e abilitate
all'espletamento dell'attività. Certamente ci saranno state delle leggi
che disciplinavano la materia, ma molte praticavano il mestiere senza
nessuna preparazione. In questi casi contava la pratica e l'esperienza
acquisita nel settore in tanti anni di attività lavorativa
semiclandestina.
Certamente il mestiere non richiedeva molta teoria, essendo praticato soprattutto
per esperienza diretta, oltre che sulla base dei consigli che venivano
dalla mamma, dalla zia e da altre donne della famiglia. In passato c'era
un'intera famiglia le cui donne praticavano, quasi tutte, il mestiere di
mammana. Non so quante di loro avessero conseguito il diploma di
levatrice.
Oggi la levatrice segue la partoriente per tutta la gravidanza, sino al parto,
che, comunque, non avviene più in casa; oggi si può sapere addirittura
il sesso del nascituro. Una volta, invece, la donna rimasta incinta non
ricorreva nè al medico nè alla levatrice perché andavano pagati.
Questo era il motivo per cui le partorienti tiravano avanti fin che
potevano con il solo aiuto della mamma e delle comari del vicinato, che
erano importanti e rivestivano un ruolo fondamentale nella vita di tutti
i giorni all'interno del quartiere. Sapevano tutto di tutti. Non
esistevano problemi, anche i più personali, che sfuggissero all'intuito
delle donne del vicinato. Questo dipendeva anche dal fatto che le strade
erano strette e le porte delle abitazioni erano una vicina all'altra.
Anche senza volerlo, si finiva con il sapere quanto avveniva nella casa
di fronte o in quella accanto.
Ad ogni porta corrispondeva un'abitazione, con dentro una famiglia più o meno
numerosa. 'Inoltre, tra un "sottano" e un "soprano"
c'era una comunicazione di fatto. Lu iuse e lu suse erano
divisi da una travata con delle traverse. Sopra quell'impalcatura di
legno c'era il lastrico, fatto di rena e calce, o, solo in seguito,
anche di cemento. Era un impasto che non resisteva a lungo e presto si
rompeva, soprattutto ad opera de li trispete (cavalletti di ferro
su cui poggiavano le tavole e il saccone pieno di foglie di granturco,
che fungeva da materasso). Si creava di fatto una comunicazione
permanente. Si litigava, si scherzava, si rideva, si faceva all'amore
con l'altra famiglia che, in pratica, sentiva tutto. Pertanto quando
nasceva un bambino lo sentiva tutto il vicinato. I suoi vagiti venivano
avvertiti fin dal primo istante.
Questo modo di vivere, per molti giovani d'oggi, potrebbe sembrare
sconveniente. Ma, in quelle strade, tra quella gente, nonostante i
soliti pettegolezzi, le critiche e le invidie, c'era più umanità e più
solidarietà. In un tale ambiente, una donna incinta chiamava la mammana
solo all'ultimo momento, prima del parto.
In qualunque ora del giorno, e soprattutto di notte, la mammana si
alzava e subito, accompagnata dai famigliari della partoriente, si
recava all'abitazione dove l'aspettava la donna, già con le doglie
avanzate.
Le donne del vicinato facevano trovare tutto pronto: acqua calda abbondante, fasciature
(pannolini) e asciugamani. Nato il bambino, la levatrice se ne
tornava a casa con il guadagno della prestazione in tasca: si rivedeva
quando, in braccio, portava in chiesa il bambino per il battesimo. Era
questa un'usanza che tutti osservavano: se ne faceva un punto d'onore.
Non sarebbe stato compreso da nessuno battezzare il neonato senza la
levatrice che l'aveva aiutato a venire al mondo.
In occasione del battesimo il bambino veniva vestito e
"addobbato" con cammisciola, juppuncedde e vavarola,
dopo essere stato avvolto in un susseguirsi di culozze e fasciature,
che coprivano, appunto, tutto. Il bambino rimaneva chiuso in quelle
fasce per gran parte della giornata, fino a quando la mamma non lo
sfasciava per le pulizie e per cambiargli lo sporco deposto ne li
culazze. Quando erano vestiti di tutto punto, sembravano delle
piccole mummie viventi che muovevano soltanto la testina, perché anche
le manine, per un po' di giorni, rimanevano strette nelle fasce.
Quando la mamma sfasciava il bambino, questi, sentendosi libero, sgambettava a
più non posso, dimostrando, con ciò, di gradire enormemente quella
breve libertà.
In quell'ambiente e in quelle condizioni culturali la mammana rivestiva
una considerevole posizione sociale. Economicamente stava bene, ma non
andava oltre un certo limite, in quanto la società, nel suo insieme,
era povera. Se non ci fosse stato il marito a lavorare, le sue
condizioni non sarebbero state delle più floride.
Quando una levatrice saliva una delle nostre lunghe strade, specie d'estate,
con le donne che sedevano fuori di casa a fare la calza, a rattoppare
indumenti consumati, a filare la lana, era riverita da tutti e lei per
ognuna di quelle donne aveva qualche parola di attenzione. Aveva un
portamento sicuro, padrona di sé e della funzione sociale che rivestiva
e cercava in tutti i modi di esserne degna. Era sempre vestita con una
certa ricercatezza, senza eccedere nell'eleganza fuori posto e
pacchiana.
La levatrice era chiamata molto spesso di notte, anche per situazioni da
tenere nascoste.
Diploma o non diploma la mammana a quei tempi era una delle figure
professionali più utili a tutta la società e, pur in presenza di un
ospedale, come nel caso di Sammarco, non si rinunciava a ricorrere per
il parto alla mammana.
Oggi le mammane non occorrono più. Ora tutto è cambiato. Per venire al mondo, il
bambino trova l'aiuto dell'ostetrica, del ginecologo, dell'infermiera
oltre che di macchine moderne e sofisticate che lo accolgono appena
nato, che lo cullano fino a raggiungere il peso giusto. Questi ed altri
accorgimenti hanno permesso di debellare, quasi del tutto, la mortalità
infantile.
Tuttavia, a prescindere dalle straordinarie scoperte scientifiche nel campo della
medicina, la vecchia levatrice che gira ancora per le strade di Sammarco
è fatta segno di manifestazioni di simpatia da parte delle donne di una
certa età. Eh, sì. Tutto è cambiato. Anche il modo di atteggiarsi dei
neonati.
Una volta si diceva che i bambini aprivano gli occhi un mese dopo la
nascita. Oggi nascono, come si suol dire, già con gli occhi aperti.
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