Il fornaio
Ci
occupiamo ora dei fornai che cuocevano il pane per i sammarchesi. Era un
lavoro semplice, senza molte complicazioni, umile e faticoso che,
tuttavia, richiedeva esperienza, tanta esperienza e assiduità.
Dai
numerosi forni disseminati nelle vie dei diversi rioni del paese usciva
un pane di ottima qualità per cottura e sapore.
Quando
il forno veniva riaperto per sfornare il pane caldo, appena cotto, si
diffondeva nell'aria e tutt'intorno il profumo e la fragranza di cose
buone. Il pane di Sammarco è stato sempre conteso dagli abitanti dei
paesi vicini e molto apprezzato da forestieri che se ne intendevano.
In
Sammarco c'erano una decina di forni, il più grande dei quali era lu
furne a 'mberne (forno a bocca d'inferno) che aveva una capienza per
decine di parrozze (pani di sei, sette e anche otto chili) e
stava all'inizio dell'attuale via Della Vittoria. I nostri fornai, o
meglio, le nostre fornaie (e sì, perché difficilmente ci trovavi
qualche uomo a lavorare nei forni) svolgevano un'attività molto
faticosa, conducevano una vita modesta, umile, starei per dire, ma
quanta capacità, quanta esperienza e attitudine ci mettevano per far sì
che dal loro forno venisse fuori un pane ben cotto e senza alcun
difetto, soprattutto senza bruciature.
Le
porte dei forni stavano quasi sempre aperte. Di sera ci andavano le
donne a ritirare lu crescente (lievito); questo consentiva alla
fornaia di sapere quante erano le clienti che l'indomani dovevano trumpà
(impastare il pane). Generalmente si facevano due informate al
giorno: una di mattina, l'altra di pomeriggio. La fornaia si metteva
d'accordo con le donne sui turni delle infornate: allu prime oppure
allu seconde. Ma andiamo con ordine.
Alla
porta di ogni forno c'era sempre, immancabilmente, una pila di pietra
piena d'acqua che, al di là di certe illazioni, serviva per bagnare gli
stracci per ripulire (munnelià) il forno dalla brace e dalla
cenere prima di depositare la pasta a cuocere. Gli stracci erano legati
ad un tondino di ferro lungo almeno tre metri tanto da poter raggiungere
tutte le parti interne del forno.
Dopo
aver ritirato lu crescente, le donne lo avvolgevano in un panno
di lana e lo mettevano al caldo a cresce. Quando, poi, la notte
passava la fornala con la lanterna, nelle strade semi buie, per
domandare quanta parrozze ada fa?, la donna rispondeva, si alzava
per mettersi al lavoro e cominciava a mescolare l'acqua calda e la
farina nella fazzatora (madia) fino a trasformarla in pasta: con
i pugni chiusi, su e giù, su e giù, sino a farla diventare solida e
compatta. Dopo veniva messa sotto coperte pesanti, possibilmente di
lana, e, se era d'inverno, sotto la fazzatora si sistemava un
braciere pieno di carboni accesi per aiutare la pasta a
"crescere". Più tardi passava la fornaia, che intanto aveva
acceso il fuoco nel forno, per domandare se era "cresciuta" e
per dire di iniziare a stuccà (dividere la pasta per quanti pani
intendeva fare). Importante era accertarsi che la lievitazione
raggiungesse il punto giusto: che non fosse né jascema (non
cresciuta abbastanza) né screscentata (cresciuta troppo). Quando
tutti questi preliminari erano stati assolti, la pasta veniva divisa in
tante parti quanti dovevano essere i parrozze e, se ne avanzava,
si faceva una panetta di due o tre chili.
A
questo punto la pasta subiva un'ulteriore lavorazione, cioè la resenata.
Verso le sette della mattina il forno era pronto per ricevere le
pizze. Il fuoco all'interno veniva raccolto da una parte e con le pale
si infornavano le pizze al pomodoro, alle patate, la sfogliata, /u cavecione
cu li spunzale e li sarde e perfino la pizza cretta, la quale
al contatto col fuoco si gonfiava come un cuscinetto che poteva essere
imbottita con la ricotta ed altro. Nel frattempo le fornaie iniziavano a
carrià (trasportare la pasta verso il forno). La mettevano sulla
tavola, la quale era adagiata sulla testa e, per attutire il peso e il
male, ci mettevano la spara (specie di ciambella fatta di
stracci). Con il peso sulla testa, andavano senza scarpe, indossavano
solo delle calze, rinforzate con stoffa più pesante, dette pedale per
evitare scivoloni e cadute sulle strade sdrucciolevoli. Prima di fare
"l'infornata" il vano andava munneliate e ripulito per
bene. Si iniziava a infornare li parrozze cu lu scante. Venivano
introdotti nel forno per qualche minuto per farli abbambà (scottare),
poi venivano ritirati fuori e trattati in modo che, a cottura avvenuta,
la parte superiore risultava tutta crosta, molto buona. Subito dopo
avveniva l'infornata definitiva con un frenetico dentro e fuori della
pala. Quando tutti i pani di pasta erano stati disposti nel forno,
partita per partita (ognuno aveva un suo segno particolare), il portello della vocca lu furne (bocca
del forno), veniva chiuso e ben tappato, quasi murato, con stracci e
cenere bagnati, allo scopo di impedire la fuoruscita di ogni sia pur
minimo alito di calore: il pane doveva uscire cotto al punto giusto,
altrimenti si comprometteva la credibilità del forno.
Il
forno veniva riaperto solo dopo tre ore circa, per farlo sbentà (svaporare),
ma anche per vedere se il pane fosse cotto al punto giusto Le donne si
accalcavano sulla porta per ritirare il proprio pane. Da quel momento le
fornaie cominciavano il lavoro a ritroso: il carico che avevano portato
sulle tavole in pasta cruda ora tornava cotto, con un colore gradevole,
profumato e sicuramente più leggero. Per le fornaie il lavoro non era
finito perché nel pomeriggio dovevano ripetere quanto avevano fatto la
mattina. In prossimità di feste particolari come Natale e Pasqua si
facevano anche tre infornate. La fatica raddoppiava o triplicava ma il
guadagno rimaneva sostanzialmente immutato, tranne qualche manciata di muddiche
(molliche) in più, sgraffignate un po' da tutti i parrozze. Li
muddiche, poi, venivano comprate a prezzo inferiore del pane da chi
non aveva altro da mangiare o, al contrario, da chi per capriccio, una
volta ogni tanto, aveva voglia di mangiare pane fresco senza bisogno di trumpà.
Un'ultima
annotazione: poiché lu crescente veniva dato gratuitamente, si
fa per dire, la cliente lo restituiva con un pezzo di pasta notevolmente
maggiore di quello ricevuto tanto che alla fine da tutte quelle porzioni
si facevano le panette che avevano il merito di essere più
saporite essendo impastate con diverse qualità di farina di varia
provenienza. Il colore delle molliche, naturalmente, rispecchiava, la
diversità di origine con tutte le sfumature immaginabili.
Tutti
i forni andavano a legna. È inutile dire che alla fornaia era dovuto il
"pedaggio": un tanto per ogni parrozze.
Chi
ha mangiato quel pane tanto tempo fa, lo sogna ancora!
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