Lu scopachiazza
Oggi li chiamano netturbini, oppure operatori ecologici.
Molti anni fa, invece, a Sammarco li chiamavano spazzini, scopachiazze,
scopalota, ecc. È ovvio, cambiano i tempi e le condizioni e mutano
perfino le denominazioni. Anche le strade cittadine non sono più quelle
dei decenni passati, con grosse buche nelle quali l'acqua piovana
diventava putrescente mista al contenuto dei vasi da notte che le donne,
spesso, svuotavano fuori casa per non attendere la "botte" che
passava il pomeriggio.
Il netturbino ora è riconosciuto regolarmente e viene
assunto secondo le leggi vigenti in campo sindacale e di collocamento.
Qualunque sia l'impresa da cui dipende, privata o municipalizzata, è
organizzato e garantito sotto tutti i punti di vista.
Ma prima com'era?
Lu scopachiazza era
oggetto di pregiudizi: sembrava quasi aver perso la sua dignità. Si
identificava il suo mestiere con la sua personalità. Ad esempio, lo si
considerava poco pulito perché aveva a che fare con la sporcizia e, di
conseguenza, indossava magari vestiti non proprio lindi e a pennello o
perché si portava a casa la scopa (la scopa frusciale, fatta con
il pungitopo) sporca (a dir la verità, acqua e fontane scarseggiavano).
Iniziava a lavorare la mattina di buon'ora. Il primo ad
essere pulito era il Corso Umberto I, l'attuale corso Matteotti, perché
su questa strada, la principale del paese, abitavano, in grandi palazzi,
i "galantuomini", vale a dire professionisti e proprietari
terrieri, che sempre sullo stesso corso tenevano anche il loro circolo,
quello "dei signori" appunto.
Dopo gli spazzini veri e propri, ne partivano altri, detti
li pulezzere, che avevano in dotazione un mulo che trainava un
carretto (lu traine della munnezza) e, con scopa e pala,
raccoglievano quanto era stato ammonticchiato agli angoli delle strade
dai loro colleghi. Quando il carretto era pieno, lo si portava a
scaricare sope lu cuncemare.
Ma, prima ancora, partivano li vuttajule, cioè i
conducenti di muli che tiravano le botti di ferro montate su carretti
spogli. Ognuno di loro aveva una zona assegnata nella quale
raccoglievano i rifiuti organici, diciamo così, delle diverse famiglie.
Lu vuttajole si fermava in un
dato punto e suonava una tromba dal suono particolare e noto alle donne,
le quali si alzavano dal letto, prendevano il "vaso" di
terracotta o di legno e lo andavano a rumeccà (svuotare) nella
botte. Sciacquavano, poi, con un poco d'acqua che si portavano appresso,
il "vaso" e se ne tornavano a letto.
A quell'ora, prima dell'alba, girare per le vie del paese
richiedeva uno stomaco di ferro perché la puzza era tanta e l'aria
irrespirabile (queste avventure capitavano molto spesso ai lavoraton che
partivano, a quell'ora, per la campagna). Li vuttajule, però,
non facevano una piega nell'assistere a tutte quelle operazioni
mattutine. Anzi, il più delle volte, era possibile notare che, mentre
le donne scaricavano i loro vasi nella botte, tra schizzi di liquami per
la fretta di chi voleva sbrigarsi per prima, li vuttajule facevano
tranquillamente colazione.
Anche in questo caso, quando le "botti" erano
piene, si andava a lu cuncemare per svuotarle, sopra Casarinelli.
Lì c'erano delle vasche (in verità dei semplici fossi) che i contadini
della nostra montagna acquistavano. Dentro facevano scaricare le
immondizie e, con qualche regalia, convincevano anche li vuttajule a
scaricare i liquami per ottenere del letame, concime naturale che veniva
poi trasportato allu vosche e sparso sulla terra da coltivare.
Si facevano almeno due giri al mattino, mentre durante il
giorno si provvedeva a raccogliere acqua sporca, compresa quella del
bucato, che veniva scaricata nel "canalone" a Porta San
Severo, allu scarecalivutte.
Questi lavoratori, come potevano, cercavano di tenere il
paese pulito, anche se questa funzione non sempre gli veniva
riconosciuta, sia perché poco pagati, sia perché poco garantiti:
quando si ammalavano, magari per il contatto continuo con materiale poco
igienico, non avevano alcuna forma di assistenza e previdenza.
Qualche altro appunto su usanze paesane. Ogni tanto
giovanotti in vena di scherzare si appropriavano della
"trombetta" e, fuori orario, magari di notte, la usavano per
far "andare fuori" le donne che poi non trovavano il carretto:
è facile immaginare quali e quante imprecazioni venissero fuori in tali
occasioni.
Quando nevicava, e li votte non potevano girare
regolarmente, rifiuti di ogni genere venivano riversati nella neve, per
cui, quando questa si scioglieva, si può ben immaginare che cosa
apparisse: allu squagghià della neve ce vedene li ...
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