Fornace per calce
Imbiancare
l'appartamento oggi è molto semplice. Basta chiamare l'imbianchino e
questi subito arriva con scala, pennelli e barattoli di diverse
dimensioni: dopo due o tre giorni la casa è rimessa a nuovo. Volendo,
con un pizzico di buona volontà, il lavoro lo rifinisce ad arte. Ma,
non molto tempo fa, nella stragrande maggioranza delle abitazioni
sammarchesi, l'imbiancatura ognuno, soprattutto le donne, se la faceva
da sé. Bastava andare ad acquistare la calcina che era depositata
all'aperto, in vasche, dette caviciunare, di cui si servivano
principalmente i muratori, i quali senza la calce non avrebbero potuto
lavorare. Bisogna tenere conto che nel passato il cemento da queste
parti era quasi sconosciuto.
Quella
calcina veniva sciolta in un secchio con l'acqua e, quando era ben
diluita, si poteva iniziare l'imbiancatura con una sorta di pennello
rotondo a forma di girasole composto da molti pennellini di setola
legati l'un l'altro attorno ad un supporto sino a formare il grosso
pennello del diametro di dodici-quindici centimetri (lu scupele).
I
muratori si servivano delle calce amalgamandola sia con la rena (sabbia)
che con la pezzelama (pozzolana), per certe occasioni. Certo oggi
la pezzelama non l'adopera più nessuno.
Per
ottenere la calce occorreva costruire la calecara. Una quindicina
di operai si mettevano a lavorare, i più a scavare un fosso profondo
tre metri per cinque di diametro, altri raccoglievano la pietra ed altri
ancora la frasca e la legna.
In
quel fosso si lavorava per vestire le pareti con la pietra (specie di
muro a secco) sino al livello del suolo. Da qui si continuava ad
allineare pietre sempre più grosse e generalmente lunghe per far sì
che avessero più presa, anche perché il muro circolare, raggiunta
l'altezza di un paio di metri, tendeva a restringersi fino alla chiusura
completa. Al centro, nell'ultimo spazio che rimaneva, andava incuneata
una grossa pietra a forma conica, chiamata chiava. All'interno,
la parte più alta, da centro a centro, misurava circa sei metri. Il
costruttore, nell'allineare le pietre, doveva avere l'accortezza di non
lasciare troppi spazi. Dove le pietre non combaciavano, doveva procedere
con del pietrisco per fare in modo che non ci fossero vie di sfuggita
per il calore. All'esterno della parte superiore i vuoti venivano chiusi
con la pezzelama per evitare ogni possibile entrata e uscita
d'aria. "Il calore deve morire dentro", dicevano i vecchi calecarule.
Nella parte esposta a mezzogiorno, veniva lasciata la vocca (un'apertura)
che serviva per far passare la legna. Sopra quella porticina, davanti
alla quale dovevano sostare in continuazione degli uomini a turni di sei
ore l'uno, si costruiva la loggia, specie di pensilina fatta di
frasche, paglia e altro allo scopo di riparare li menature (fuochisti)
dalla pioggia, dal vento ecc. Intorno alla costruzione veniva eretto un
muro a secco, a protezione della stessa, che si chiamava camiscia
morta: era la parte di muro che non doveva necessariamente cuocere,
ma solo proteggere tutto il complesso dalla base alla cima la cui camiscia
si chiamava ciavurre.
L'accensione
del fuoco nella calecara competeva al padrone il quale svolgeva
la funzione come un rito. Dall'accensione in poi il fuoco doveva
divampare continuamente per almeno otto giorni e comunque sino a che non
si sentiva distintamente l'odore caratteristico della pietra cotta. Non
solo, ma quando la pietra era arrivata alla cottura giusta, l'interno
della fornace prendeva il colore verdastro e tutti i buchi tra una
pietra e l'altra del muro, a causa della fusione della pietra, si
chiudevano e tutta intera diventava una parete circolare compatta. Anche
da lontano i lavoratori addetti alla fornace sentivano l'odore della
calce. Questo era il momento di smettere di alimentare il fuoco e
aspettare per ventiquattro-trentasei ore prima di iniziare la fase di
"scamiciare", cioè liberare la calecara della massa di
pietrame che l'avvolgeva.
I
lavoratori, che per almeno quindici, venti giorni si erano assentati da
casa, chi adibito allo scavo della puscina, chi
all'approvvigionamento della pietra occorrente e chi ancora per
ammassare frasca e legna per il fuoco, ora potevano fare una
"scappata" al paese e prendersi una giornata di riposo per
stare in compagnia della moglie, dei figli oppure con la fidanzata e i
genitori, ma, anche e soprattutto, per andare a "fare una
legge" e un tressette con gli amici nella cantina dopo tanti
giorni di privazioni forzate (quando il lavoro arrivava ad un certo
stadio, era d'obbligo che il padrone desse ai suoi dipendenti un acconto
sulle giornate di lavoro compiuto). Sul posto restava un solo
responsabile, il quale seguiva attentamente l'evoluzione della fase di
raffreddamento.
Quando
la fornace "veniva scaricata", il lavoro diventava delicato e
pericoloso. Occorreva esperienza, capacità, soprattutto prudenza, per
la semplice ragione che si iniziava dalla chiava. Vale a dire che
il lavoro aveva inizio a ritroso, da dove si era terminata la
costruzione. Bisognava stare attenti a non cadere di sotto precipitando
dove ancora ardeva il fuoco, tanto è vero che finita la raccolta della
pietra cotta, sulle rimanenti ceneri si spargeva dell'acqua per spegnere
la brace che ancora covava sotto e, alla fine, si recuperavano diversi
sacchi di carbone.
Ogni calecara
fruttava generalmente quattrocento quintali di calce.
Finita
la calecara finiva anche il lavoro e aveva inizio una lunga fase
di disoccupazione con le conseguenze che è facile immaginare.
Antonio
Coco ('Ndrechettedde), che mi ha informato, è stato uno dei
lavoratori impegnati in questo lavoro e ancora adesso, ad una
rispettabile età di oltre ottanta anni, ricorda perfettamente la sua
attività nel campo delle calecare.
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