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La calecara

Vecchi mestieri del Gargano
La Calecara

Fornace per calce

San Marco in Lamis Lungo Iana nel 1908 Vi si trovava un 'caviciunare"Imbiancare l'appartamento oggi è molto semplice. Basta chiamare l'imbianchino e questi subito arriva con scala, pennelli e barattoli di diverse dimensioni: dopo due o tre giorni la casa è rimessa a nuovo. Volendo, con un pizzico di buona volontà, il lavoro lo rifinisce ad arte. Ma, non molto tempo fa, nella stragrande maggioranza delle abitazioni sammarchesi, l'imbiancatura ognuno, soprattutto le donne, se la faceva da sé. Bastava andare ad acquistare la calcina che era depositata all'aperto, in vasche, dette caviciunare, di cui si servivano principalmente i muratori, i quali senza la calce non avrebbero potuto lavorare. Bisogna tenere conto che nel passato il cemento da queste parti era quasi sconosciuto.

Quella calcina veniva sciolta in un secchio con l'acqua e, quando era ben diluita, si poteva iniziare l'imbiancatura con una sorta di pennello rotondo a forma di girasole composto da molti pennellini di setola legati l'un l'altro attorno ad un supporto sino a formare il grosso pennello del diametro di dodici-quindici centimetri (lu scupele).

I muratori si servivano delle calce amalgamandola sia con la rena (sabbia) che con la pezzelama (pozzolana), per certe occasioni. Certo oggi la pezzelama non l'adopera più nessuno.

Per ottenere la calce occorreva costruire la calecara. Una quindicina di operai si mettevano a lavorare, i più a scavare un fosso profondo tre metri per cinque di diametro, altri raccoglievano la pietra ed altri ancora la frasca e la legna.

In quel fosso si lavorava per vestire le pareti con la pietra (specie di muro a secco) sino al livello del suolo. Da qui si continuava ad allineare pietre sempre più grosse e generalmente lunghe per far sì che avessero più presa, anche perché il muro circolare, raggiunta l'altezza di un paio di metri, tendeva a restringersi fino alla chiusura completa. Al centro, nell'ultimo spazio che rimaneva, andava incuneata una grossa pietra a forma conica, chiamata chiava. All'interno, la parte più alta, da centro a centro, misurava circa sei metri. Il costruttore, nell'allineare le pietre, doveva avere l'accortezza di non lasciare troppi spazi. Dove le pietre non combaciavano, doveva procedere con del pietrisco per fare in modo che non ci fossero vie di sfuggita per il calore. All'esterno della parte superiore i vuoti venivano chiusi con la pezzelama per evitare ogni possibile entrata e uscita d'aria. "Il calore deve morire dentro", dicevano i vecchi calecarule. Nella parte esposta a mezzogiorno, veniva lasciata la vocca (un'apertura) che serviva per far passare la legna. Sopra quella porticina, davanti alla quale dovevano sostare in continuazione degli uomini a turni di sei ore l'uno, si costruiva la loggia, specie di pensilina fatta di frasche, paglia e altro allo scopo di riparare li menature (fuochisti) dalla pioggia, dal vento ecc. Intorno alla costruzione veniva eretto un muro a secco, a protezione della stessa, che si chiamava camiscia morta: era la parte di muro che non doveva necessariamente cuocere, ma solo proteggere tutto il complesso dalla base alla cima la cui camiscia si chiamava ciavurre.

L'accensione del fuoco nella calecara competeva al padrone il quale svolgeva la funzione come un rito. Dall'accensione in poi il fuoco doveva divampare continuamente per almeno otto giorni e comunque sino a che non si sentiva distintamente l'odore caratteristico della pietra cotta. Non solo, ma quando la pietra era arrivata alla cottura giusta, l'interno della fornace prendeva il colore verdastro e tutti i buchi tra una pietra e l'altra del muro, a causa della fusione della pietra, si chiudevano e tutta intera diventava una parete circolare compatta. Anche da lontano i lavoratori addetti alla fornace sentivano l'odore della calce. Questo era il momento di smettere di alimentare il fuoco e aspettare per ventiquattro-trentasei ore prima di iniziare la fase di "scamiciare", cioè liberare la calecara della massa di pietrame che l'avvolgeva.

I lavoratori, che per almeno quindici, venti giorni si erano assentati da casa, chi adibito allo scavo della puscina, chi all'approvvigionamento della pietra occorrente e chi ancora per ammassare frasca e legna per il fuoco, ora potevano fare una "scappata" al paese e prendersi una giornata di riposo per stare in compagnia della moglie, dei figli oppure con la fidanzata e i genitori, ma, anche e soprattutto, per andare a "fare una legge" e un tressette con gli amici nella cantina dopo tanti giorni di privazioni forzate (quando il lavoro arrivava ad un certo stadio, era d'obbligo che il padrone desse ai suoi dipendenti un acconto sulle giornate di lavoro compiuto). Sul posto restava un solo responsabile, il quale seguiva attentamente l'evoluzione della fase di raffreddamento.

Quando la fornace "veniva scaricata", il lavoro diventava delicato e pericoloso. Occorreva esperienza, capacità, soprattutto prudenza, per la semplice ragione che si iniziava dalla chiava. Vale a dire che il lavoro aveva inizio a ritroso, da dove si era terminata la costruzione. Bisognava stare attenti a non cadere di sotto precipitando dove ancora ardeva il fuoco, tanto è vero che finita la raccolta della pietra cotta, sulle rimanenti ceneri si spargeva dell'acqua per spegnere la brace che ancora covava sotto e, alla fine, si recuperavano diversi sacchi di carbone.

Ogni calecara fruttava generalmente quattrocento quintali di calce.

Finita la calecara finiva anche il lavoro e aveva inizio una lunga fase di disoccupazione con le conseguenze che è facile immaginare.

Antonio Coco ('Ndrechettedde), che mi ha informato, è stato uno dei lavoratori impegnati in questo lavoro e ancora adesso, ad una rispettabile età di oltre ottanta anni, ricorda perfettamente la sua attività nel campo delle calecare.

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Pubblicato il: Venerdì, 13. Agosto 2004 (635 letture)
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