Lu frabbecatore
Il mestiere di muratore, di chi costruisce abitazioni, risale sicuramente
agli albori della "civiltà". Da quando l'uomo ha lasciato la
caverna e si è dato alla pastorizia, all'agricoltura e al commercio, ha
imparato a costruire, per sé e per gli altri, case per abitare. Noi,
però, ci occuperemo di questo mestiere negli ultimi cinquant'anni.
L'operaio,
che vediamo oggi impegnato nella costruzione di nuovi edifici alla
periferia di Sammarco, sia lungo la via dello Starale che per
Sannicandro o inte l'orte, non ha nulla a che vedere con i metodi
e i mezzi di qualche decennio fa. Intanto, allora, sia la
"casetta" di campagna che il "palazzo" di paese si
realizzavano con lo stesso materiale, cioè la pietra, indipendentemente
dalle dimensioni. L'inizio, l'esecuzione e il termine dei lavori si
differenziavano per le caratteristiche specifiche, il modo di lavorare
dei diversi mastri, ma le regole generali, le norme e
l'applicazione erano uguali per tutti.
Si
scavava il terreno e la roccia con la zappa e la jumera per
costruire le fondamenta, sempre in pietra e calce. Il lavoro proseguiva
sotto la guida del capomastro, che sicuramente conosceva i numeri e il
disegno, ma i tecnici veri e propri venivano consultati raramente, anche
perché scarseggiavano.
Con
i muratori lavoravano molti descepele (manovali e apprendisti),
ognuno dei quali aveva un compito specifico: alcuni, ad esempio,
trasportavano sulle spalle le pietre da murare, altri preparavano la
calce e, a richiesta, la portavano in un cesto di ferro, sempre a spalle,
a lu mastre. Per preparare la calce, si faceva un cerchio di rena
di un metro e mezzo circa di diametro, al centro si versavano tre o quattro
cesti di calcina bianca e acqua e, con la zappa la cavecia, si
schiacciava per scioglierla completamente; solo allora si iniziava ad
amalgamarla ('mpastà) con la rena e trasformarla in una
poltiglia compatta e omogenea.
Lu mastre aveva
sempre da gridare per richiedere ciò che gli occorreva: càvecia, prète,
zavorre, puce e altro. I manovali dovevano sempre correre. Quando
poi il lavoro progrediva e si arrivava oltre il primo piano, si piantava
lu manghene, un attrezzo molto utile per facilitare l'ascesa del
materiale occorrente. Lungo ottanta centimetri circa, a forma
cilindrica, aveva quattro manici alle estremità. Serviva per
arrotolare, servendosi dei manici laterali, una fune che da
unestremità, sì divideva in due e aveva due uncini per agganciare
il carico (manici di cesti o altro). Una sorta di carrucola, insomma.
C'erano,
tra questi lavoratori, le cosiddette mezecucchiare, cioè i
giovani che, pur avendo acquisito una certa esperienza e pur essendo
capaci di lavorare con la cazzuola, non erano considerati qualificati
dai mastri e, pertanto, non venivano pagati adeguatamente. Questi
giovani ricevevano la qualifica solo quando tornavano dal militare.
Quando
il muratore trovava lavoro, lo trovava anche lu cavamonte, lo
scalpellino, lu cavarena, il carrettiere per il trasporto del
materiale e, poi, il fabbro per la costruzione delle inferriate ai
balconi e delle scale esterne, il falegname per le porte e le finestre
e, in ultimo, lu pinciaiole, che forniva li pince, i
coppi, le tegole per la copertura del tetto.
I
muratori, a differenza di altri artigiani, si distinguevano fra di loro,
e non solo per capacità e competenza. Alcuni, ad esempio, svolgevano la
loro attività prevalentemente in paese sia per la costruzione di nuovi
edifici sia per le riparazioni.
Cinquant'anni
fa le abitazioni dei lavoratori erano costruite in modo molto semplice:
quattro muri con la porta e il soffitto fatto di travi che davano
l'aspetto d'arretratezza civile e mancanza di pulizia; sembravano case
di campagna. Questo per quanto riguarda lu juse; se poi c'era lu
suse, alla porta si aggiungeva una finestrella. Tutto qui, al
massimo c'era qualche tavulatedde. Basta guardare le abitazioni
dei vecchi quartieri per rendersene conto. Un solo vano fungeva da
"casa" per più e più persone dello stesso nucleo familiare
in promiscuità tra i sessi. Poco alla volta, però, i proprietari
d'abitazioni cominciarono a chiamare il muratore per ammodernarle:
soffitto di mattoni, pavimento di cemento (le piastrelle verranno dopo
con l'acqua e il bagno).
Altri
muratori, ugualmente bravi, lavoravano generalmente in campagna per
costruire ai contadini casette con l'immancabile cisterna. Per la
realizzazione di quest'ultima occorreva un operaio con molta esperienza,
altrimenti non "manteneva", cioè l'acqua si disperdeva in
mille rivoli nel terreno circostante. Per i pastori, invece, si
costruivano casette che nel gergo si chiamavano jacce, mentre
lu scarajacce era la parte destinata agli animali. Nella pianura ('mpugghia),
alla massaria si scavavano anche pozzi fino al raggiungimento
della falda freatica che il più delle volte dava acqua fresca sì, ma
salmastra.
Negli
anni Trenta iniziò una timida e modesta sostituzione della pietra nella
muratura. Infatti, comparvero i primi blocchi di cemento della grandezza
di venti per venti per quaranta centimetri. Si facevano con forme di
lamiera che si aprivano e chiudevano facilmente. Si preparava lu
'mpaste (l'impasto), fatto di graniglia, rena e cemento, si
aggiungevano un paio di zavurrune, pietre di media grandezza, e,
quando la forma era piena, si lasciava indurire il contenuto e poi si
sformava. Con i blocchi era più facile lavorare e si faceva prima. Così
entrò, lento ma inarrestabile, il progresso nel campo delle costruzioni
edilizie e, nel giro di mezzo secolo, il vecchio muratore è stato
soppiantato e non esiste più. |