Lu cavamonte
Il
mestiere del cavamonte veniva praticato da uomini robusti e
volenterosi, capaci di affrontare in qualsiasi situazione e in qualunque
zona del territorio un lavoro difficile, duro e pericoloso. E sì, perché
prima a Sammarco di strade per comunicare con altri paesi ce n'erano
pochine e questo impediva ai nostri bravi artigiani di sviluppare il
loro piccolo ma pur sempre interessante commercio.
Il
problema di tirarsi fuori dall'isolamento non era soltanto sammarchese,
ma di quasi tutti i paesi della provincia.
Da
Sammarco si poteva uscire solo in tre direzioni: per Foggia, per San
Severo e per Rignano Garganico. Punto e basta. Negli anni Venti sono
iniziati i lavori di costruzione della strada per Sannicandro Garganico,
di quella che da Rignano porta alla stazione ferroviaria e della San
Giovanni-Cagnano Varano. Su queste strade lavorarono molti nostri operai
anche perché il progettista della Sammarco-Rignano e la cooperativa che
gestiva i lavori della San GiovanniCagnano erano sammarchesi.
La
stessa ferrovia garganica fu terminata agli inizi degli anni Trenta ed
il nostro comune ebbe pure la sua stazione ferroviaria.
In
seguito, dopo molti anni, furono costruite altre strade intercomunali e
interpoderali sia sulla montagna che nella pianura.
Ma
il cavamonte non prestava la sua opera soltanto sulle strade in
costruzione. Maggiormente lavorava nelle cave di pietra. Le città in
continuo sviluppo richiedevano materiale per lavori edili e le nostre
cave si prestavano alla bisogna. È ovvio che da ogni cava si estrae un
materiale specifico, particolare e non sempre nella stessa zona si
estrae un unico materiale. Prendiamo ad esempio la zona di Ciccalento.
In un raggio molto ristretto si incontra la pietra "bianca",
docile e facile a lavorare; più in là, invece, si incontra la pietra
"nera" che è dura e difficile da estrarre. Poco più sopra, a
Montegranato, le cave producono materiale instabile, che si sbriciola.
Altre caratteristiche presentano le cave della valle di Stignano,
soprattutto nella zona di "Jancugghja" dove il materiale è
friabile, misto a terra rossa, il quale si presta alla fornitura di
calcestruzzo ed è molto richiesto dalle imprese edili.
Le
cave di cinquant'anni fa si presentavano all'osservatore molto più
piccole, poco appariscenti e sicuramente meno dannose per l'ambiente e
la natura. Si cavavano le pietre che occorrevano per i pochi lavori che
si facevano in paese e da quelle cave non si estraeva materiale
destinato alla frantumazione per grandi opere nelle città, o persino
nei paesini di montagna, come avviene oggi.
Gli
arnesi che usava il cavamonte erano pochi e molto semplici: si trattava,
soprattutto, della paramena, una barra di ferro lunga un metro e
settanta circa, del diametro che variava tra i venticinque e
trentacinque millimetri, le cui estremità il fabbro schiacciava
aggiungendovi dell'acciaio ben temperato allo scopo di renderla
resistente nel lavoro di bucare la pietra.
Il
minatore doveva essere sempre giovane perché solo un giovane poteva
affrontare un lavoro di tal fatta. La paramena era pesante
(sette-otto chili) e tenerla in mano tutto il giorno per forare era faticoso.
Inoltre, per aver ragione della pietra bisognava picchiare sodo e
continuamente, facendo ruotare l'attrezzo con piccolissimi movimenti
allo scopo di tagliare la pietra omogeneamente. Se il buco non era
rotondo, non si poteva continuare a lavorare poiché la patamena si
incagliava. Quindi, bisognava picchiare forte e muovere l'attrezzo,
versare l'acqua all'interno e picchiare ancora sino alla fine, per poi
ricominciare da capo.
Per
bucare si usava anche lu 'ndrille, una paramena più
piccola che un operaio teneva mentre un altro vi batteva sopra con una
mazzetta.
Poi
c'era la juméra (piccone) che serviva a sganciare le pietre dopo
che la mina era stata fatta esplodere. Assieme al piccone c'era un altro
arnese chiamato doje ponte (due punte) il quale da una parte era
fatto come la juméra, cioè con la punta schiacciata, e
dall'altra, invece, era più grosso e corto, appuntito, per meglio
scardinare le pietre.
Altri
attrezzi erano lu pale de ferre (il palo di ferro) e lu
palotte, che differivano per grandezza. Questi pali di ferro erano
schiacciati dal fabbro alla punta per facilitarne l'inserimento nelle
fessure e meglio scardinare i grossi macigni. Quando il macigno era duro
a staccarsi dalla montagna, vi si mettevano due, tre e, a volte, quattro
operai a fare pressione sul palo, con strattonate vigorose e possenti
per vincere la forte ostinazione della pietra che si opponeva all'uomo.
Inoltre,
il cavamonte usava lu mazze (la mazza), anche questo di
diversa grandezza. Lu mazze del cavamonte era diverso da
quello del fabbro e di altri artigiani, in quanto, mentre da una parte
era quadrato e piatto, dall'altra era fatto a scivolo, a forma di cuneo
arrotondato, per poter spaccare le grosse pietre. Succedeva, a volte,
che dalla montagna si staccava un macigno di grandi dimensioni e pensare
di poterlo spaccare con la "mazza" era un'illusione,
un'impresa assolutamente impossibile, un'inutile perdita di tempo e uno
spreco di energie. Allora si ricorreva a fare nu pestone. Questa
operazione consisteva nel praticare un foro di venti, venticinque
centimetri in un punto qualsiasi, caricarlo con polvere nera e farlo
brillare. Dopo di ciò si riduceva a più ragionevoli pezzi.
Questi
gli attrezzi per cavare le pietre dalle montagne, cui bisogna aggiungere
alcuni accessori. Per esempio, alla paramena era associato lu
parafanghe, un pezzo di gomma di dieci centimetri di diametro, che,
infilato nel ferro, impediva al fango schizzato di arrivare addosso o
sul viso dell'operaio (nel foro, per evitare il surriscaldamento
dell'attrezzo, si versava dell'acqua). Poi c'era lu raschine, un
tondino di dieci millimetri, con un'estremità schiacciata come una
monetina e piegata ad angolo retto, che serviva a tirare fuori il fango
dal foro (la mina) e raschiare, fino a quando non si fosse asciugato:
diversamente l'esplosione, quando si caricava la mina con polvere e
miccia, non sarebbe avvenuta.
E,
proprio per "caricare la mina c'era un altro attrezzo, chiamato
appunto carecature, più sottile della paramena e molto più
corto, con una scanalatura allo scopo di salvaguardare la miccia durante
l'operazione di caricamento.
Un
altro appunto prima di chiudere. Per "caricare la mina"
cera un procedimento tutto particolare e non si poteva fare
altrimenti. Dopo aver asciugato ben bene l'interno del foro,
s'introduceva un misurino di polvere da sparo; quindi era la volta della
miccia, alla cui estremità si praticava un nodo che veniva intagliato
per far si che, quando bruciava, il fuoco fuoriuscisse da tutti i lati
contemporaneamente. Dopo si aggiungevano, a seconda della profondità e
del materiale da staccare dalla montagna, altri misurini di polvere.
Intanto con lu carecature s'niziava a battere leggermente,
badando che la miccia non uscisse mai dalla scanalatura. Poi si
introduceva della terra asciutta e qui il caricatore doveva fare la sua
parte importante di comprimere al massimo la polvere, aiutandosi con
colpi di mazzetta ben assestati. Questo procedimento andava avanti fino
a riempire completamente il foro. Infine si tagliava e incideva la
miccia per agevolare il contatto con il fuoco.
Ecco,
questo era il cavapietre di una volta: mestiere pesante e pericoloso. Si
lavorava per molte ore, ininterrottamente, dalla mattina alla sera, con
un minimo di riposo a mezzogiorno per consumare una povera colazione
fatta di un pezzo di pane e un poco di cipolla, oppure erba trovata lì
nei pressi, accompagnati con l'acqua di cisterna tirata su con un
vecchio secchio dove si attaccavano tutte le labbra degli operai
presenti.
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