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Lu vricciaiole

Vecchi mestieri del Gargano
Il Brecciaiolo

Lu vricciaiole

San Marco in Lamis Corriera nel 1911Lu vricciaiole era colui che produceva breccia. Oggi strade bianche, provinciali e paesane, non esistono più. Il catrame ha invaso tutte le arterie e tutte ne sono coperte, persino quelle di campagna. Prima era più semplice e non esistevano i compressori per spianare le strade in costruzione. Tutto era affidato alle capacità e intelligenza degli operai, sotto la direzione degli ingegneri che guidavano i lavori personalmente, direttamente, senza delegare niente a nessuno.

Quando era terminato il selciato, smussate le punte dei sassi e sistemati l'uno accanto all'altro, era la volta della breccia la quale copriva con un consistente spessore l'intera intelaiatura della nascente strada.

La breccia veniva distesa come un tappeto sul tracciato e non c'erano altri mezzi per comprimerla che le ruote dei carretti, i quali sulle strade la facevano da padrone. Erano quelle ruote, e gli zoccoli degli animali che tiravano quei mezzi, a frantumare, a sminuzzare a rendere la breccia in polvere. L'unico aiuto per tenere in ordine la strada veniva dal cantoniere che rimetteva in sesto la breccia dove veniva a mancare e tagliava via le erbacce che crescevano abbondanti ai margini della strada stessa.

A quei tempi, dalle nostre parti, frantoi per la produzione della breccia non esistevano ancora. Così stando le cose, questa veniva prodotta a mano dai lavoratori per ricoprire il manto stradale, per prevenire guasti irreparabili all'arteria.

Per la sua produzione gli operai raccoglievano prima una grossa quantità di sassi nel posto scelto per lavorare. Se c'erano dei macigni li spaccavano con un martello o mazzetta che portavano sempre con sé e, quando tutto era pronto, si sedevano su di uno straccio, oppure su di un pezzo di lamiera, e giù con il mazzuolo a rompere quelle pietre, a ridurle nella misura predeterminata: da uno a tre centimetri.

Per quel lavoro ci volevano pochi arnesi, anzi pochissimi. Il mazzuolo era un piccolo arnese di circa mezzo chilo di ferro con alle estremità un leggero strato d'acciaio temperato per resistere alla durezza delle pietre. Il mazzuolo era un martellino le cui due estremità, partendo dal centro, si restringevano fino a lasciare, prima di finire a punta, un piccolo spazio, sia da una parte che dall'altra, di un centimetro per due. Aveva un manico lungo circa venticinque centimetri e, a prima vista, sembrava leggerissimo da maneggiare, ma tenerlo tutto il giorno a picchiare sulle pietre diventava pesante e scomodo. Quindi il mazzuolo e la mazzetta. Tutto qui.

L'operaio, quando iniziava a lavorare, si sedeva per terra. Dopo, lavorando, aumentava il mucchio e lui vi si sedeva sopra, sempre più in alto, seguendo il volume della massa della breccia che aumentava sia in altezza che in larghezza. Quelle masse raggiungevano anche trenta, quaranta, cinquanta metri cubi.

Poi andavano i carrettieri a caricare la breccia per portarla sulla strada dove occorreva e c'era bisogno di zappa e cesti, i quali si contavano per sapere d'aver raggiunto il metro cubo: se ne dovevano svuotare, secondo la regola, cinquantaquattro, ma a volte, per non litigare con l'acquirente, si andava anche a cinquantacinque, cinquantasei.

Ogni carretto, poi, portava a depositare sulla strada il suo carico secondo le indicazioni del cantoniere. Lungo l'arteria si formavano, così, tanti cumuli di breccia a una distanza che variava a seconda delle esigenze della strada. L'imbrecciatura veniva fatta generalmente nella stagione invernale: in quel periodo la breccia si disperdeva maggiormente e si approfondivano le carreggiate. Così facendo si evitavano gli sprofondamenti delle carreggiate e il manto stradale si rinnovava. Sulle "strade bianche", come abbiamo detto prima, passavano solo carretti a trazione animale. Di automobili se ne vedevano ben poche: una di tanto in tanto. Quella breccia finiva sotto le ruote ferrate dei carretti e da quelle ruote veniva schiacciata e triturata, tanto è vero che il cantoniere, quando ci sapeva fare, riusciva a raccogliere la rena e a venderla, integrando così il magro mensile.

Al momento di spargere la breccia sulla strada, così come per caricarla dalla massa, c'era bisogno delle zappe a punta, perché più facilmente penetravano nel mucchio, e di cesti di ferro o di vimini, cosiddetti "foggiani"; si riempivano e con un colpo li si svuotava non prima di aver praticato un accenno di giro in modo che il contenuto arrivasse al suolo già bell'e sparso. Era questione di pratica.

Le strade s'imbrecciavano periodicamente, tenendo sempre conto delle condizioni per la stabilità delle stesse e la sicurezza degli utenti, che era sempre precaria per il pericolo sempre in agguato. Quanti carrettieri finivano sotto le ruote dei propri carretti!

Nel rinnovare la breccia si teneva presente anche la qualità della pietra, da dove proveniva. La pietra bianca era più docile, mentre la nera era dura e aveva più resistenza all'urto delle ruote.

A fare il brecciaiolo non si guadagnava molto, anche perché non veniva considerato un mestiere vero e proprio. Lo si faceva maggiormente quando si stava disoccupati. Quindi era un'occupazione precaria, per recuperare, per non stare in paese a non far niente, sperando che le autorità provinciali, dalle cui decisioni dipendeva l'imbrecciatura delle strade, dessero ordine per ricoprire il manto stradale di nuova breccia. Solo così si aveva la certezza di portare a casa il ricavato di tanto lavoro.

Lavorando da mane a sera si riusciva sì e no a produrre un metro o poco più di breccia. Un metro cubo richiedeva molto impegno e assiduità nel battere con il mazzuolo sulle pietre e, d'inverno, stare seduti sulla breccia non era proprio piacevole. Tutto il giorno seduti in quell'incomoda posizione, con una mano impegnata a picchiare con il mazzuolo sulle pietre e con l'altra a tenere le pietre, girarle e rigirarle per trovare la posizione giusta per spaccarle. Questa mano era sempre soggetta a dei piccoli infortuni essendo continuamente esposta tra il sasso e il mazzuolo che ritmicamente ci picchiava sopra. Le dita erano quasi sempre fasciate per le continue sbucciature che ci si procurava.

Questo fino alla metà degli anni Trenta. Poi vennero i frantoi nelle cave e, con questi, i camion e in seguito gli autotreni sempre più grandi. Così, quasi contemporaneamente, lentamente, scomparvero e lu vricciaiole e lu trainere dalla scena dei lavoratori di Sammarco.

Ora non è rimasto neppure il ricordo di quelle strade bianche, e se qualcuno ancora li conserva, quei ricordi sono molto pallidi, quasi inafferrabili e difficilmente ricostruibili. Il tempo non perdona, è implacabile e la memoria dell'uomo, con il passare degli anni, diventa fragile e difficilmente riesce a conservare i ricordi chiari e nitidi.

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Pubblicato il: Venerdì, 13. Agosto 2004 (626 letture)
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