Il fabbro e maniscalco
(lu ferrare)
A
Sammarco erano numerose le botteghe de ferrare, un mestiere
tipico della civiltà contadina, sia per la produzione di attrezzi da
campagna che per ferrare i quadrupedi. Per quest'ultima attività ci
voleva bravura, serietà e oculatezza, altrimenti si metteva a
repentaglio l'incolumità della bestia, l'interesse del proprietario e,
soprattutto, il proprio buon nome.
Prima
di tutto produceva decine di ferri per i quadrupedi da soma e da tiro,
che metteva esposti su una lista fissata al muro, nella bottega, a
seconda delle diverse misure. Quando arrivava il contadino per cambiare
i ferri al suo mulo, l'artigiano, con la vandera (grembiule) di
pelle, per prima cosa toglieva i ferri vecchi e poi, con la ròina (specie
di paletta ben affilata), tagliava le unghie eccedenti, le spianava e,
quindi, applicava il ferro nuovo, che inchiodava con la dovuta
precauzione e precisione per evitare che i chiodi, oltrepassando lo
strato d'unghia, andassero a ledere la parte viva dello zoccolo. In tal
caso, avrebbe azzoppato la bestia. Dopo, con la tenaglia, tagliava le
punte dei chiodi che venivano fuori e il resto lo ripiegava sullo
zoccolo stesso.
Quando
la bestia era calma, tutto procedeva bene, non c'erano problemi. Al
contrario, se strepitava, le si applicava lu turcemusse: al
labbro superiore veniva attorcigliato un pezzo di corda sottile,
attaccato ad un manico di legno, che serviva a calmarla. Più la bestia
si muoveva e più si attorcigliava l'attrezzo per distrarla e farle
sentir male. Se poi tirava calci, ci pensava la pastora (pastoia):
in altri termini, le si legavano le zampe.
Per
lavorare il ferro, l'artigiano lo immergeva sotto la brace di carbon
fossile sino a che si arroventava e diventava malleabile. Quando si
trattava di un pezzo consistente da spianare e ridurre a piastra
sottile, su quel pezzo intervenivano contemporaneamente due e, se
necessario, tre operai (il mastro e due lavoranti), che, con una
cadenza ritmica, frenetica e precisa, battevano con la mazza sullo
stesso punto senza scontrarsi (in gergo si diceva mazz'a treia).
L'incudine
su cui si lavorava era ben piazzata su un grosso tronco d'albero pesante, difficilmente spostabile. Oltre che per
l'incudine, la ferraria si caratterizzava per la presenza della
fucina a mantice, azionato con un pedale da lu descepele (un
apprendista).
Lu
ferrare attaccava
a lavorare la mattina ben presto e il suono dei suoi colpi si diffondeva
in tutto il quartiere. Aveva a che fare con tutti, perché numerosi
erano gli attrezzi che costruiva per altri lavoratori: aratri, martelli
per muratori, picconi, falci, zappe, scalpelli, paramene, scuri,
ecc.
Un'ultima
curiosità. De lu ferrare si servivano anche i bambini per far
montare il chiodo alli sugghiette (trottole azionate da un filo
che veniva arrotolato intorno) e poter giocare a spaccapentone e tirazajagghia.
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