L'arefece
Tra
le attività artigiane, che un tempo erano motivo d'orgoglio per il
nostro paese, c'era quella dell'orefice. Lavorare l'oro era molto più
difficile di oggi, ammesso che oggi ci sia ancora chi lo sappia fare. Ci
voleva innanzitutto costante applicazione, pazienza, passione e,
soprattutto, precisione.
Il
lingotto d'oro, qualunque fosse la sua grandezza, per essere lavorato
doveva subire ovviamente la fusione. A fusione avvenuta, le scorie erano
separate e dal crogiolo usciva il liquido puro che veniva versato su di
una piastra di metallo (trafila) con tanti fori di diverse dimensioni:
dal diametro di qualche centesimo di millimetro al millimetro e anche più.
Da quei fori defluiva il liquido prezioso che presto si consolidava e
rimanevano dei fili d'oro che, malleabili come erano, servivano alla
costruzione di oggetti come anelli, colane, orecchini e susteme. Tuttavia
quegli oggetti non erano fatti di solo oro. Infatti, alla parte d'oro
che era di ventiquattro carati si aggiungeva, in parti uguali, argento e
rame, per cui, in termini tecnici di allora, si diceva che l'oro era
fuso a otto carati.
I
pezzi lavorati non venivano fatti secondo un cliché, ma secondo
un itinerario preciso dettato dalla fantasia creativa individuale dell'artigiano.
Dopo
quella importante fase, c'era l'unificazione dei vari pezzi con
un'attenta operazione di saldatura delle diverse componenti, soprattutto
per orecchini e susteme. Quella operazione era resa possibile
soffiando in una cannuccia sulla fiammella provocata dall'accensione di
una lampada a petrolio. Con quel sistema si riusciva a unire e far
combaciare perfettamente le diverse parti.
Successivamente
avveniva la pulitura e attraverso gli interstizi si faceva passare un
filo di cotone oleato e, con un sapone speciale misto ad olio, si
detergeva il pezzo dalle impurità. Quel trattamento ridava colore e
splendore all'oggetto lavorato. Dopo pulitura e ripulitura, sul tavolo
rimanevano le limature che si raccoglievano usando uno spazzolino
ricavato dalla zampetta di una lepre.
Tutte
le lavorazioni si eseguivano in loco e ognuna di esse era affidata alla fantasiosa inventiva dell'artigiano, che il
più delle volte, sfiorava la piccola opera d'arte tanto risultava
precisa e geniale nella sua composizione. Soltanto le
"pietre", dai diversi colori e valori, da incastonare nelle
parti prestabilite dell'oggetto, si acquistavano sul mercato
fornitissimo di Napoli.
Tra
le tante famiglie che lavoravano l'oro a Sammarco, possiamo citare
quella dei Torelli (che si tramandano, ancora oggi, quest'arte di padre
in figlio) e, ancora, Di Vincenzo Amedeo, Campanozzi, Ciavarella, Gatta,
Rendina, Polignone, Del Giudice e altre che, ormai, o sono scomparse o
non hanno più discendenti che esercitano questo mestiere.
Dei
paesi della zona, soltanto Monte Sant'Angelo faceva una certa
concorrenza ai nostri orafi.
Gli
acquirenti più assidui erano ovviamente gli stessi concittadini, che
includevano, magari ricorrendo alle cambiali, nella dote delle proprie
figlie i gioielli dei nostri artigiani: orecchini, anelli, collane,
anelli e, immancabilmente, la sustema. Non mancavano, però,
anche clienti dei paesi vicini data la varietà e la qualità dei
prodotti.
Ringraziamo
vivamente il signor Michele Torelli, che ci ha fornito le informazioni.
|