Il falegname
Botteghe
di falegnami a Sammarco ce n'erano molte ed erano in rapporto alla
popolazione, che, un tempo, si aggirava attorno ai ventimila abitanti.
Questa popolazione forniva il grosso delle richieste che venivano
avanzate ai falegnami. Ma non mancavano nemmeno commesse che arrivavano
dai paesi vicini, data la loro bravura.
Allora
la concorrenza era vivace e bisognava sempre mantenere i prezzi non
molto alti. Per fare ciò era necessario aumentare il ritmo di lavoro.
La mattina bisognava attaccare subito a lavorare e la sera continuare
fino a tardi, al lume di candela, con luce a petrolio, o meglio, ad
acetilene. La concorrenza poteva essere battuta con un ritmo più
incalzante e con un maggior numero di operai rappresentati il più delle
volte dai figli maschi. Falegnamerie c'erano in ogni angolo del paese:
sul corso principale e su quello secondario, in strade di passaggio e in
strade secondarie. Le botteghe dei falegnami erano ben accettate dai
vicini per il semplice fatto che non facevano molto rumore, né
emanavano cattivi odori. Si sentiva l'odore del legno lavorato, che non
era sgradevole. Soprattutto era ed è rimasto un lavoro pulito.
I
falegnami del passato lavoravano tutto a mano. A mano segavano le assi,
a mano inchiodavano. Quando si trattava di lavori pesanti, come portoni,
armadi, eccetera, bisognava mandare giù grosse viti, che dovevano
penetrare profondamente nel legno, con il cacciavite a mano. E finché
si trattava di legno d'abete poteva anche passare, ma quando si trattava
di castagno, noce o altro legno bisognava mettercela tutta, specie se
erano viti grosse e lunghe. Di sudore ne colava parecchio.
Ogni
gruppo di falegnami cercava in tutti i modi di migliorare il proprio
lavoro, di renderlo più bello e forte e a volte inventava delle
modifiche da apportare ad un pezzo che lasciava meravigliato chi
l'osservava, ma che, in ultima analisi, accorciava i tempi di
lavorazione e permetteva di starci dentro con il guadagno a lavoro
finito.
In
tutte le botteghe, specie in quelle di un certo rilievo, c'erano dei
banchi di lavoro lunghi, larghi e pesanti ai cui fianchi non mancavano
le morse per poter stringere e tenere ben fermo il legno da lavorare.
In
passato quasi tutti i mobili di una famiglia erano costruiti nelle
falegnamerie locali. Si costruivano armadi, comò, sedie, tavoli e tutto
ciò che poteva servire in casa, con un lavoro di scalpello, che,
spesso, lasciava stupefatti quanti osservavano il falegname al lavoro.
Infatti, spesso, molti di questi mobili avevano parti scolpite. Ciò sta
a dimostrare che si lavorava per guadagnare e per vivere della propria
attività, ma nell'attività ci si metteva anche l'anima per fare un
lavoro bello oltre che ben fatto.
Tutto,
lo ripeto, era fatto a mano. Per costruire mobili di un certo pregio si
usava legno di noce. Le assi (taveluni) avevano uno spessore di
cinque, sei centimetri per una larghezza di trenta, quaranta centimetri.
Ogni asse veniva sfruttato al massimo. Da Iu tavelone principale
si ricavavano tre, quattro tavole più sottili, dello spessore di circa
un centimetro, che dovevano servire a comporre parti importanti del
mobile. Per segare e dividere lu tavelone ci voleva molta fatica.
Non c'era la sega elettrica. Quando l'asse era stato fermato ben bene
alla morsa del banco di lavoro, due operai, uno da una parte e l'altro
dalla parte opposta, iniziavano a segare con la sega pesante (travana
o travanella), dopo aver segnato le linee di divisione. Poiché
il noce è un legname duro bisognava mettercela tutta e procedere con
ostinazione sino in fondo.
La
bottega del falegname era sempre ingombra e disordinata. Almeno così
appariva agli incompetenti. Il pavimento era sempre ricoperto di
segatura e trucioli di diversa grandezza e dimensione, a seconda del
legno, del pezzo e della pialla. Alle pareti erano appoggiate travi,
travicelli e arnesi attaccati ai chiodi: seghe, trapani a mano, morsette
e via dicendo.
Nei
lavori meno importanti entravano in scena li descepele (gli
apprendisti) i quali avevano il ruolo di aiutare l'artigiano. Erano loro
che facevano i lavori più pesanti e meno appariscenti. I falegnami non
avrebbero potuto fare a meno di quei ragazzi che intendevano imparare e
continuare quel mestiere. Certo, i ragazzi, se volevano apprendere, per
prima cosa dovevano essere svegli e seguire le varie fasi di un lavoro e
quindi stare attenti "a rubare" il mestiere, altrimenti
l'apprendistato sarebbe durato un'eternità.
Il
falegname si trovava molto spesso a unire delle parti che poi avrebbero
costituito un pezzo unico. Per fare ciò, si serviva della colla. Questa
era usata a seconda del lavoro da fare. Se si trattava di legno leggero
ci andava quella fredda. Per attaccare un'impellicciatura o pezzi
per l'intarsio, c'era bisogno di quella calda, che faceva più presa.
Con il legname pesante si usava sempre colla calda. In queste occasioni
per tenere le parti incollate, almeno momentaneamente, si usavano le
morsette istantanee a vite, che stringevano di più. Il falegname ha
sempre fatto uso dei chiodi per unire le varie parti. Qualche difficoltà
c'era quando bisognava usare le viti per unire le diverse parti,
soprattutto se il legno era duro e se le viti lunghe. Per facilitare il
compito, spesso il falegname preparava l'invito con trapani a mano.
Nella
società di un tempo, su tutto dominava la povertà, che accompagnava
l'uomo dalla nascita, quando non trovava panni soffici e caldi per
coprirlo, alla morte quando gli costruivano la bara con legno scadente,
magari ricavato da vecchie casse le cui tavole sottili e consumate, in
gergo, venivano chiamate scorrettone.
Il
falegname di un tempo non aveva niente a che vedere con quello di oggi,
aiutato nel lavoro da seghe elettriche, pialle elettriche, cacciaviti
elettrici e via di seguito. Ora tutto è elettrificato. Nelle
falegnamerie non c'è più l'illuminazione a petrolio, a candela, oppure
ad acetilene, che veniva caricata prima di sera: e, allora si smetteva,
quando la lampada si spegneva.
L'intarsio
era un lavoro molto impegnativo. Non era facile, nè semplice. Bisognava
essere esperti e bravi, oltre che appassionati. Un lavoro ben fatto e
ben rifinito era apprezzato dal cliente e dava soddisfazione
all'artigiano.
Tra i
falegnami c'erano anche quanti facevano incisioni e bassorilievi. Ma qui
si entra in un altro campo.
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