Lu scarpunare
Nei mercati settimanali, che prima si svolgevano di domenica qui a San
Marco, per dar modo ai contadini di fare la spesa, fare una scappatella
nella cantina per bere na meza de vine (mezzo litro di
vino) e subito tornare in campagna, c'era sempre, in un posto fisso, una bancarella su cui erano esposti li
scarpune de iomma che allora chi lavorava in campagna
usava come calzature abituali.
Li confezionava un artigiano che proprio tale non era classificato, in quanto non era nè calzolaio e
neppure ciabattino, ma semplicemente nu scarpunare perché
sapeva fare soltanto li scarpune, che non richiedevano particolari abilità tecniche o senso della precisione,
ma soltanto buona volontà e impegno. Del resto la sua origine non era troppo antica, perché, come è facile immaginare, li scarpune fecero
la loro comparsa ai piedi dei nostri lavoratori di campagna a seguito della venuta da queste parti dell'automobile.
Li scarpune altro non erano che delle calzature fatte di suole di
gomma ricavate dalle ruote consumate delle auto. Le tomaie, invece, di
pelle la più grossolana e meno costosa, coprivano soltanto la parte
anteriore del piede, mentre, dietro, una cinghietta abbracciava il
calcagno. Tutto qua. Come si vede, una calzatura molto semplice e
pratica, leggera e resistente. La tomaia veniva fermata, oltre che con i
punti di spago, con dei chiodini (semenzedde) lungo il bordo della suola. Come dicevamo, quelle calzature
le indossavano i lavoratori della campagna, dai contadini ai pastori,
agli operai delle cave di pietra o delle strade in costruzione. Quando
d'inverno faceva freddo, nevicava o pioveva, i contadini o i pastori indossavano li
strancunere (sorta di gambali di stoffa pesante che avvolgevano le
gambe sino al ginocchio e, alla base, ricoprivano parte del piede per
proteggersi, appunto, dalle avversità atmosferiche).
Lu scarpunare lavorava, si fa per dire, in serie e, cioè,
confezionava il suo prodotto secondo i destinatari: adulti, giovani e
persino bambini, i quali, a quei tempi, non andavano a scuola perché
dovevano guadagnarsi la vita fin dalla più tenera età.
Quando era il giorno del mercato paesano prendeva il suo carico di merce, magari messa in un sacco,
una panca su cui poggiarla e si recava al posto dove esponeva al
pubblico il frutto del suo lavoro. Certamente gli interessati erano
sempre lavoratori della campagna per la praticità di quelle calzature,
ma soprattutto per la loro convenienza economica, perché il prezzo di
un paio di scarpune non superava, all'epoca, le cinque lire, vale
a dire quanto guadagnava, grosso modo, un contadino per una giornata dì
lavoro zappando la terra.
Non si possono chiamare diversamente queste calzature essendo il nome nato in paese.
Italianizzare questo nome, tradurre cioè da scarpune a
scarponi, non è possibile perché il termine scarponi si riferisce alle
scarpe grosse, a doppia suola, ben chiodate con tomaie robuste e
rifinite ad arte.
Dopo gli anni Cinquanta, li scarpune hanno preso la via del tramonto a seguito delle migliorate condizioni di vita.
Erano calzature comode e pratiche non solo per contadini e pastori, ma anche per i lavoratori
della pietra perché sulle rocce bagnate non scivolavano ed evitavano il
pericolo di ruzzolare dalla "montagna" mentre si lavorava.
Ma, prima delle ruote delle automobili, quando queste non ancora facevano la loro comparsa nelle
nostre zone, che cosa indossavano ai piedi i lavoratori delle nostre
campagne? Non andavano mica a piedi nudi, così come facevano i contadini del barese
(li marenise)
che d'estate venivano a lavorare da queste parti. No. C'erano
altre specie di scarpune non di gomma
(zamzpitte).
Erano di cuoio ricavato dalla pelle di mucca, di cavallo e di altre bestie, persino di maiale, secondo una nota canzone sammarchese.
Per la loro confezione non esistevano artigiani che lavoravano per gli
altri. I pastori li facevano per sé e, se il caso, li vendevano ai
contadini e a chiunque ne avesse bisogno. La loro confezione non doveva
essere troppo difficile. Si trattava di tagliare dei pezzi di cuoio su
misura del piede con una certa abbondanza. Lungo i bordi si praticavano
dei fori ogni due centimetri circa e in quei fori si passava un
lacciuolo di cuoio (li curriole) ricavato dallo stesso cuoio. Il laccio, quando aveva
attraversato due buchi tornava indietro per passare sotto lo stesso in
modo da formare un nodo e così sino alla fine, che era sempre la punta.
Il laccio di cuoio, che era annodato lungo i bordi dello
"scarpone" in linea orizzontale, aveva due funzioni: la prima
di tenere i bordi sollevati da terra, la seconda, per mezzo di un
punteruolo di legno, di dilatare il buco che rimaneva nel
nodo, da cui passava una funicella ricavata dai peli delle pelli di
capra. La funicella passava da sinistra a destra superando il piede.
Ogni soggetto se la gestiva da sé, vale a dire: se voleva stringere,
bastava tirare la funicella, altrimenti la si lasciava lenta. Così,
quando pioveva o era particolarmente freddo, c'era la possibilità di
potersi avvolgere attorno ai piedi delle pezze di lana. Molti pastori e
contadini, che usavano queste calzature abitualmente, avevano i piedi
lunghi e sottili e le dita, dal secondo al quarto, si accavallavano
l'uno sull'altro prendendo la forma dello "scarpone", così
come avveniva per i piedi delle donne cinesi.
Su questi scarpune c'era una vecchia canzone dialettale che diceva: "meje
fatte nu pare de scarpune e so de porce, me leia 'ngignate lu jurne de Corpe
de Crist. Passe pe 'nanze la zita, degne nu salete, quanne me struie quiste
me facce l'ati. (Mi son fatto un paio
di "scarponi" e sono di pelle di maiale, me li son messi per la
prima volta il giorno del Corpus Domini, passo davanti alla casa della
fidanzata, do un salto, quando consumo questi me ne faccio un altro
paio).
Da queste parole si capisce
molto chiaramente che nei tempi andati i pastori e contadini li
calzavano anche in paese nei giorni di festa proprio a sottolineare la
mancanza di possibilità economiche per comprarsi un paio di scarpe, o
meglio, di "scarpine" (le scarpe basse, oggi per noi normali,
venivano chiamate, appunto, scarpine). Molti sammarchesi anziani, ma non
troppo, si ricordano d'aver portato ai piedi li scarpune de iomma per
i lavori di campagna e chissà che non ci sia chi li ha conservati a
ricordo de quanne jevame puvuredde.
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