Lu vardare
Parlando
dei quadrupedi da soma, riferendoci a Sammarco e al Gargano, si è
automaticamente portati a parlare dei contadini i quali non avevano
altro mezzo di trazione per l'aratro che quelle bestie; lo stesso vale
per ciò che riguarda il trasporto delle merci frutto del proprio
lavoro.
Alle
bestie da soma, per il trasporto dei carichi, occorreva un supporto su
cui legare, imbrigliare con li jaccule (funi) ciò che portavano,
per tenere ben saldo tutto quanto. Questo supporto non era altro che la varda
(basto).
Non
molto tempo addietro in Sammarco c'erano dei bravi artigiani che
lavoravano in questo settore: costruivano, appunto, li varde. Poi,
con l'arrivo, finalmente e timidamente, del progresso sono state
costruite le strade intercomunali in tutte le direzioni e quelle interpoderali,
che insieme alla meccanizzazione dell'agricoltura, hanno fatto sì che
il mestiere di vardare scomparisse. Per cui ora è raro vedere un
contadino terà a capezza (portare per la briglia) un quadrupede
con il basto sul dorso. Ora c'è la macchina che ha sostituito tutto.
Per
conoscere anche sommariamente la lavorazione e la confezione della varda
abbiamo avuto la fortuna di metterci in contatto con l'ultimo di
quegli artigiani, il signor Nicola Pomella, che molto gentilmente ci ha
accolto nella sua bottega, in verità in disarmo, e pazientemente ci ha
illustrato nei minimi particolari (sperando di aver capito bene) le
varie fasi della costruzione.
A
seguito di un'ordinazione, per prima cosa si prendevano le misure sul
corpo della bestia che doveva "indossarla". Sì, proprio come
fa il sarto quando deve confezionare un abito al suo cliente: lunghezza,
larghezza, superficie facendo attenzione alle malformazioni congenite o
dovute ad incidenti. In altre parole, doveva sentirlo comodo e agevole
nei suoi movimenti.
Su
un pannello di tela di sacco, tagliato giusto quanto era l'ampiezza del
basto, veniva intessuto uno strato sufficientemente robusto di pagghia;
successivamente, era sistemata una stecca di legno per ogni lato
lungo la dorsale, allo scopo di formare un'ossatura per dare stabilità
a tutto il complesso. Quando aveva preso la forma del basto, di sopra
veniva applicato un altro pannello, questa volta di pelle di mucca o di
cavallo. Il pelo della pelle andava generalmente all'interno, altrimenti
avrebbe intralciato la cucitura che veniva praticata sul tutto. La parte
che sicuramente era più gradita dall'animale doveva essere l'ultimo
pannello interno, un po' più abbondante, il quale doveva servire a
metterci dentro altra paglia che, immergendo la mano attraverso due
tagli, il contadino spesso rimescolava ad evitare il formarsi di
"nodi" che, poco alla volta, avrebbero provocato li varlese
(delle piaghe) difficili da guarire.
Sulla
parte anteriore del basto, venivano praticati due fori dai quali
dovevano passare le punte del "ferro" che andavano fissate,
sotto le stecche, a due zoccoletti di legno che gli impedivano di
muoversi. A questo "ferro" venivano applicati li che servivano a legare i carichi. Ma ciò che dava l'immagine vera
del basto erano li coreve. Quella anteriore era a forma di V
rovesciata, tutta di un pezzo, mentre la posteriore era larga quanto il
corpo della bestia e composta di due pezzi. All'estremità superiore era
fermata saldamente da viti ben strette. A questa coreva venivano
aggiunti due grossi anelli di ferro ai quali si legavano le funi (jacculeallo scopo di imbrigliare i carichi come sacchi di grano, mais,
patate, fasci di legna, ecc.
A
completare la funzione del basto c'era ancora da aggiungere due sistemi
senza i quali non avrebbe avuto senso. Il primo si chiamava cegna (sottopancia).
Si trattava di una grossa cinghia larga almeno cinque centimetri, fatta
di spago intrecciato, la cui funzione altro non era che cingere il basto
alla pancia della bestia allo scopo di tenerlo fermo sul dorso e non
farlo muovere. Il secondo invece era la cinghia, anche questa di cuoio,
che partiva dalla parte posteriore del basto, dai due lati, e cingeva il
di dietro della bestia, passando sotto la coda. Dalla stessa cinghia
partiva, dai lati, sui fianchi, un altro pezzo di cuoio che attraversava
la groppa e impediva alla prima di scendere lungo le gambe, cosa che
avrebbe dato fastidio nel camminare. Questo pezzo si chiamava stracquale.
Arrivati
qui la varda era completa e poteva essere indossata dal
quadrupede, cu na bona saluta pe cent'anne, senza alcun pericolo
durante il tragitto, lungo le vie e i sentieri malsicuri della montagna.
Non
sappiamo se siamo riusciti a rendere chiara l'esposizione. Se qualche
particolare ci è sfuggito chiediamo scusa, però valeva la pena
affrontare questa fatica. |