Lu
mastrecarrere
Nell'attuale Piazza Europa, oltre
cinquant'anni fa, sul versante che va dall'Opera Pia verso le Poste e oltre, c'era un muro alto
almeno tre metri, quale recinto del
"boschetto Moscatelli". Lungo quel muro c'erano dei locali nei
quali lavoravano degli artigiani: fabbri, meccanici, mastrecarrere
(carradori). Anche dall'altra parte della strada vi erano botteghe di
artigiani e un fotografo, proprio di fronte all'allora campo sportivo.
Nei locali più spaziosi lavoravano appunto li mastrecarrere, coloro, cioè, che costruivano i mezzi di trasporto
dell'epoca.
Il mezzo di trasporto più usato
e a portata di mano era lu traine.
C'era anche lu
carrettone, il quale serviva d'estate in occasione del trasporto dei
covoni dai campi già mietuti alla trebbiatrice che stava, generalmente,
sempre davanti alla masseria. Per il trasporto leggero di pochi uomini e
piccole cose c'era lu ge:IT">lu sciarabbà alla
cacciatora. C'era, inoltre, anche quello più veloce: lu sciarabbà a dujie poste
(n.d.r.
Il termine sciarabbà è una
corruzione del francese char à bancs).
Lu traine, il
classico mezzo di trasporto, lo usavano maggiormente li trainere che
svolgevano la loro attività maggiormente per il trasporto merci da un
paese all'altro. Ma era molto utile anche per gli agricoltori, i quali
facevano avanti e indietro, dal paese alla masseria e viceversa,
caricando uomini e tutto quanto l'azienda aveva prodotto.
I carradori d'estate lavoravano sempre all'aperto perché
i locali erano stretti e scomodi mentre la materia prima richiedeva
spazio: i travicelli per fare le stanghe erano lunghi quattro, cinque
metri e oltre e, pertanto, quando potevano, portavano fuori i banchi da
lavoro e fuori stavano tutto il giorno fino a sera.
Il carretto era lungo in media
quindici, sedici, diciotto palmi (dai quattro metri in su), a seconda
dell'utilità, e largo un metro circa o poco più. Era diviso in due
parti. La prima era il cassone vero e proprio, lungo un paio di metri,
con due sponde per contenere il carico; sulle sponde c'erano delle
sporgenze chiamate fuselere, a cui il
carrettiere, a volte, fissava le briglie. L'altra
parte consisteva nelle stanghe tra le quali si attaccava il cavallo o il
mulo. Alla punta di
ognuna delle stanghe era praticato un foro di due,
tre centimetri di diametro in cui s'infilava un pezzo di legno lavorato,
detto lozza, che
serviva a trattenere parte dei finimenti della bestia.
Ai lati c'erano li barracchine (sponde) e li
strettore, tavole strette
che tenevano unite le sponde: una anteriore e l'altra posteriore.
Quando la cassa era pronta, vale a
dire quando era stato costruito il letto e le sponde, si metteva mano
a rafforzare il tutto con le sottostanghe su cui, poi, veniva montato
l'asse che doveva reggere le ruote.
Certamente la parte di lavoro più
impegnativa di tutta l'opera era la costruzione delle ruote, soprattutto
della testa (mozze). Questo era il gruppo centrale da dove partivano
dodici raggi divisi per sei (due raggi per anta).Il mozzo era un
grosso tronco d'albero, che veniva lavorato e tornito ben bene, alle
cui estremità erano fissati dei cerchi di ferro per evitare la rottura.
Al centro era praticato un foro che conteneva la smaina (un cono
di metallo a forma e funzione di guaina che serviva ad accogliere le assi
del carro). Quando l'asse entrava nel mozzo, sporgeva per circa dieci
centimetri. All'estremità vi era un consistente foro nel quale veniva
infilato un pezzo di ferro costruito per l'occasione in modo da impedire
l'uscita della ruota. Questo ferro era chiamato arzicula.
Quando tutto era pronto, alla
ruota, per essere completa, mancava il cerchione. Questo
aveva minimo sei fori, i quali venivano prolungati fin dentro l'anta
allo scopo di fissare e fare tutt'uno: parte legnosa e ferro. Prima che lu cerchione
venisse montato, veniva steso per terra e ricoperto di
trucioli e pezzi di legna a cui si dava fuoco per farlo scaldare e
dilatare. Naturalmente occorreva molto tempo perché il metallo si
arroventasse. L'operazione di afferrare, con speciali attrezzi, lu
cerchione, farlo aderire
al legno in maniera che ne bruciasse solo un piccolo spessore e farlo
raffreddare al momento giusto, in maniera che, restringendosi,
diventasse un tutt'uno con la parte legnosa, era veramente un operazione
di grande abilità e spettacolarità.
Prima di
montarlo, anche la parte
legnosa era fatta oggetto di molte attenzioni da parte dell'artigiano:
era lisciata e ben rettificata per agevolare l'entrata del cerchione.
Quando
il cerchio era stato sistemato, si facevano i grossi chiodi da far
penetrare nei fori praticati in precedenza.
Il carro a questo punto era pronto e bastava un po' di
grasso tra l'asse e la ruota per essere messo sotto il cavallo, e via
per molti anni sulle strade da e per Sammarco, al servizio dell'uomo di
quella società.
C'era anche il freno che veniva azionato dal carrettiere
nelle discese, la martellina. Di sotto, al
centro, c'era un travicello lungo quanto era largo il carretto fino
alle ruote. Alle due estremità, in corrispondenza delle ruote,
appunto, erano fermate due piastre di ferro, una per ruota, larghe una
quindicina di centimetri e lunghe venticinque circa. Su tutto ciò era
montato un pezzo di legno che scendeva verso giù e alla cui punta
c'era un incavo con una rotella girevole, sopra la quale passava la fune
che, azionata di dietro, spostava il travicello in avanti, tanto che le
piastre si avvicinavano e sfioravano, o stringevano, le ruote facendo
sentire lo stridio dell'attrito che avveniva tra il metallo del
cerchio delle ruote e la piastra della martellina.
In discesa e quando il carico era
consistente, lu trainere stava sempre dietro con la fune in mano a
controllare e dosare la stretta necessaria, e più la discesa era
ripida più veniva tirata. Quando poi si avvicinava un tratto
pianeggiante veniva allentata fino a che non ce n'era più bisogno e
rilasciata completamente.
Quando si eseguivano le operazioni
di carico, da fermi, per non affaticare la bestia, si poggiava a terra
un asse di legno, detto lu ciucce, che sosteneva il peso.
Vi era poi un paletto con dei rami
(la fruccedda) a cui si appendevano la bisaccia, funi e altri
oggetti.
Questo era, grosso modo, il
carretto costruito con intelligenza e tanta pazienza da quegli
artigiani, i quali dovevano avere una certa cultura e dimestichezza con
i numeri e i principi di geometria, altrimenti come avrebbero fatto a
mettere su quei mezzi di trasporto allora tanto utili? Non si può
costruire una ruota improvvisando, senza conoscere le basi, la
preparazione tecnica e tanta esperienza. |