Lu trainere
Una nazione sviluppata e progredita si riconosce anche
dalle strade e autostrade che solcano tutte le zone del paese. Senza un
vario e, a volte, complicato sistema di vie di comunicazione non sarebbe
possibile mettere in movimento milioni di automezzi di tutte le
qualità,
grandezze e dimensioni: dalle macchine di piccola cilindrata agli
autotreni. Il trasporto di merci, urbano ed extraurbano, è veloce,
spasmodico,
caotico, direi, ma in generale è sempre organizzato su tutta la rete
viaria nazionale.
Ma che cosa succedeva nel passato, e a Sammarco in
particolare?
Quando non c'erano auto, camion e furgoni vari, il
trasporto delle merci occorrenti al paese si basava esclusivamente sui
carretti: li traine, oggi quasi scomparsi. Non se ne vedono più in giro.
Il mestiere del carrettiere non si improvvisava. Difficilmente si trattava di una scelta
soggettiva. A Sammarco c'erano delle famiglie che si tramandavano il
mestiere di padre in figlio e ciò era possibile perché queste famiglie
si erano create tutte le strutture necessarie per esercitare quel
mestiere: case spaziose con la possibilità di ricavare la stalla per
le bestie, ambiente per conservare la paglia, sacchi di avena, crusca,
ecc. I locali erano muniti di capaci cisterne per raccogliere le acque
piovane che servivano ad abbeverare i cavalli.
Il carrettiere
viveva sempre sulle strade: o seduto sul carico che trasportava (spesso
si addormentava al dondolio del carretto e dormendo guidava -così
credeva- i cavalli, i quali conoscevano bene la strada da percorrere
avendola fatta altre volte), oppure a piedi, a fianco dei suoi cavalli,
e, quando si accorgeva che questi faticavano a tirare il carretto perché
troppo carico di merce, si appoggiava a qualche sporgenza e spingeva
per aiutarli.
Il carrettiere
non trascurava mai le sue bestie. Le governava, puliva il manto, le
gambe, i garretti. Soprattutto stava attento agli zoccoli perché
qualche ferro poteva schiodarsi e danneggiare le bestie. Per questo
motivo, molto spesso le portava dal maniscalco e, se il caso, cambiava i
ferri.
Quando doveva fare un viaggio piuttosto lungo e faticoso,
dalla sera avanti, le assisteva con più assiduità: paglia e avena più
abbondanti. Per l'avena aveva un misurino con il quale dosava la
razione. Questa operazione si ripeteva almeno tre volte nell'arco della
notte. La mattina molto presto tirava fuori i cavalli e metteva addosso
loro li uarnemente; dopo di ciò, a marcia indietro, spingeva lu temone
tra le stanghe dove veniva legato al carro. Poi era la
volta de Iu valanzine, cioè la bestia che stava dilato legata ad un
bilancino detto la velanciola. Il carrettiere
saliva in mezzo e faceva schioccare la frusta per incitare le bestie a
mettersi in cammino.
A San Severo si caricava farina e pasta, essendoci lo
stabilimento che le produceva. A Foggia si caricavano tabacchi, tessuti,
calzature, ecc.
Il carrettiere lavorava anche nelle cave di pietra per il
trasporto di blocchi da costruzione e, soprattutto, di breccia da
spargere sulle strade.
Prima le strade non erano asfaltate con il catrame. Si
spargeva della breccia che, con il passaggio continuo dei carri, si
rompeva, si frantumava e, infine, si polverizzava sempre più.
Sulle strade c'era lu cantoniere de la vianova (stradino), che pensava a spargere la breccia e accudiva
alla strada perché non divenisse impraticabile. Su quel manto omogeneo
di breccia era proprio difficile andare in bicicletta: povere gomme!
Lu trainere partiva
con la carretta vuota per varie località della provincia, magari per
Canosa a fare un carico di vino tonneche (nero e sostanzioso). Bene. Si sedeva sopra un sacco
di paglia e spesso si addormentava, ben sapendo che i suoi cavalli non
lo avrebbero portato fuori strada. Quando invece era carico si sedeva
sulla strettora anteriore e qui dormire era meno facile, anche perché il
carico andava tenuto sempre sotto controllo. Un qualsiasi incidente,
anche il meno grave, avrebbe potuto provocare danni irreparabili.
Molti decenni addietro era pericoloso viaggiare con i
carretti sulle strade per la semplice ragione che i cavalli o i muli
non erano abituati a incrociare automobili e quando ciò si verificava
non era raro assistere allo sbandamento pauroso del carro. Le bestie si
impaurivano e a volte uscivano fuori strada con le conseguenze
facilmente immaginabili. Proprio per questi motivi, molto spesso, si
verificavano incidenti anche mortali sulle nostre strade.
I vecchi carrettieri si notavano da lontano per la
caratteristica fascia rossa che portavano stretta alla vita e che
fungeva anche da cinghia per tenere su i pantaloni.
Quei carretti servivano anche a trasportare cittadini che
si recavano a venerare i santi protettori come San Michele a Monte
Sant'Angelo, la Madonna dell'Incoronata, S.Nazario in aperta campagna
presso Poggio Imperiale. In altri termini, il carretto di una volta
rispondeva, egregiamente per quei tempi, alle esigenze dell'epoca.
Certamente non possiamo fare nessun paragone con i pullman che passano
dal nostro paese diretti a San Giovanni Rotondo o a Monte Sant'Angelo
per visitare la tomba di Padre Pio o la grotta dell'Arcangelo.
Per accogliere le persone sul carretto venivano montate
delle panche a ridosso delle sponde laterali, più una al centro.
Certamente le persone non dovevano stare molto comode, ma con tanta
pazienza e molta fede riuscivano a sobbarcarsi simili viaggi senza
lamentarsi. Per ripararsi dal sole, che nei mesi estivi picchiava, il
carrettiere organizzava una specie di cappotta con tela cerata la
quale dava sì l'ombra sui passeggeri ma, quando si riscaldava, quel
caldo lo trasmetteva all'interno con ferocia e senza pietà.
A tirare il carretto ci andavano generalmente due cavalli,
uno al centro, lu temone, l'altro di lato, lu valanzine che era
legato con due cinghie a una velanciola.
A volte di valanzine ne attaccavano due ai lati e questo avveniva quando il
carico era superiore alla media.
Il carrettiere portava sempre con sé, sotto lu traine,un cagnolino che era sempre sveglio e attento a ogni
evenienza: era una compagnia e un guardiano del carretto e del carico.
Se i cavalli lungo il viaggio si fermavano senza un motivo, il cane
abbaiava attorno ai cavalli come per spronarli ad andare avanti, oppure
se si avvicinava un estraneo al carico non si dava pace finché non
interveniva il padrone a tranquillizzarlo.
Quei lavoratori erano molto legati alle bestie e lo si
poteva vedere anche stando lontano dal loro ambiente. Le governavano
bene, le pulivano e le strigliavano con puntigliosità, ma è anche vero
che non ci pensavano due volte se le dovevano prendere a frustate per incitarle a dare il più del possibile nello sforzo immane sulle salite
della Torre o della valle di Stignano. Tuttavia, il carrettiere, pur
nelle sue contraddizioni, voleva bene alle sue bestie e per questo non
lesinava l'avena per tenerle sempre, in qualunque momento, in forma.
Ma l'attaccamento e il fanatismo dei carrettieri per i
propri cavalli lo si notava anche dal buono stato di conservazione de li uarnemente (bardature) a cominciare dalle briglie, per finire ai
sellini e ai tiranti. Tutto era ben in ordine e lucidato. I cavalli,
strigliati e spazzolati, sembrava che si rendessero conto della pulizia
cui erano fatti segno da parte del padrone e lo facevano notare con il
loro andamento fiero e marziale.
Il padrone, sul carretto, entrando in paese con il carico
ben sistemato, si ergeva in piedi e, incitando i cavalli ad alta voce,
faceva schioccare la frusta quasi fosse un ritmo musicato da un maestro
di buone capacità. Un comportamento da spaccone e come tale si
presentava
in tutte le manifestazioni della vita. Fra uno spaccone e ci sapeva
fare.
Quando, in piedi sul carretto, spavaldo, faceva scattià la puntetta de
lu scruiate era per lui il momento più esaltante perché tutti,
specie le donne, dovevano sapere che passava lui e soltanto lui e non
altri. E difatti le persone che se ne intendevano, in realtà,
conoscevano il personaggio che passava soltanto dallo schioccare della
frusta.
Il carrettiere sammarchese trasportava tutto ciò di cui
il paese aveva bisogno e non si fermava nemmeno quando c'era la neve.
Era un bravo lavoratore e si fermava solo in presenza di difficoltà
insormontabili, altrimenti era sempre pronto a partire.
Trasportava la merce, come abbiamo avuto modo di dire, da
Foggia e da San Severo, vino da Canosa e dal barese, sale da
Margherita di Savoia e poi ancora l'olio dai frantoi sparsi nella zona,
petrolio da Foggia insieme a tabacchi, stoffe, calzature e biancheria. Caricavano i carretti di enormi sacchi pieni di lana dalle masserie dove
gli abruzzesi avevano tosato le loro pecore che svernavano dalle nostre
parti, lungo la Pedegarganica.
Quanto abbiamo descritto fin qui riguarda il carrettiere
in quanto tale, vale a dire uno che lavorava per conto proprio e fuor di
questo non faceva altro mestiere.
C'erano altri carrettieri alle dipendenze di terzi, i
quali vivevano quasi sempre nelle masserie e, tranne qualche giornata,
stavano sempre in campagna a disposizione del padrone.
Poi, piano piano, come la ruota della storia, così anche
quella del progresso tecnologico si sviluppava e andava
inarrestabilmente avanti e con la comparsa dei veicoli a motore iniziò
la fine del carrettiere.
Fece la
sua comparsa l'autocarro e poi venne il trattore e tutti e due
sostituirono la trazione per mezzo degli animali. Lentamente, ma
continuamente, la meccanizzazione soppiantò una volta per tutte il
carretto, l'aratro a trazione animale e tutto quanto riguardava il
lavoro
con le bestie: l'uomo divenne più libero e il lavoro più sopportabile.
ll lavoro umano cambiò fisionomia e l'uomo, da queste parti, si sentì
più emancipato e fuori dai legami traumatizzanti di un passato ormai
lontano.
Tuttavia, per un certo periodo di tempo, qualche
carrettiere, duro ad arrendersi, strepitò e continuò a fare qualche
viaggio meno impegnativo. Ma, ormai, non era più il caso di sognare
le linee di una volta, come la Sammarco-Foggia. Il lavoro c'era ma
limitato a poche attività come il trasporto del carbone da
riscaldamento domestico dal bosco di Monte, dove l'industria del carbone
era rimasta ancora forte. La stessa cosa si può dire per il trasporto
della legna dai nostri boschi e della neve che, d'estate, veniva portata
in paese dalle nevare
(nevaie). Nella zona di Montenero,
di Monte Celano, di Chiana li puscine, o anche in altre località,
nelle doline (funnate), depressioni rotondeggianti tipiche delle zone
carsiche, d'inverno, ce ieva remette neve (stipare la neve) per poi coprirla
con paglia e sacchi che, isolandola termicamente, la conservavano fino
all'estate. Questo lavoro era fatto da squadre di operai, soprattutto
alle dipendenze di Matteo e Giuseppe Soccio. Quelle zone erano tutte a
pochi chilometri di distanza dal nostro centro abitato. Su quei
tratturi i camionisti non si arrischiavano. Erano strade in terra
battuta e, anche d'estate, quando il suolo era asciutto e non c'erano
pericoli di frane e possibili voragini, i padroni dei camion
prudentemente stavano alla larga. Per questi lavori li trainere la facevano da padrone e nessuno li contrastava.
La concorrenza era minima e si riduceva all'ambito dei soli trainere.
Poi le strade in terra battuta, con l'andare del tempo,
vennero sostituite da quelle costruite a revela d'arte, vale a
dire con regolare progetto e sotto diretto controllo dei tecnici, in
modo razionale e, infine, con pavimentazione in catrame. L'asfalto, così,
fece la sua comparsa, pe inte la
Defensa, pe lu vosche e dappertutto,
dovunque c'era l'uomo che prestava la sua opera. Solo dopo, e a queste
condizioni, il carrettiere si arrese e attaccò al chiodo lu scruiate.Al vecchio trainere
non rimasero che i ricordi del
passato: i suoi lunghi viaggi di giorno,
sotto il
sole cocente dell'estate e sotto l'infuriare della tormenta nei mesi
invernali, e, di notte, al buio, sulle strade solitarie, con le bestie
che andavano monotone, la lanterna accesa sotto il carretto e il
cagnolino
sempre vigile e lui, il carrettiere, seduto su qualche scomoda botte o
su di un sacco di grano, mezzo appisolato a sognare di stare al caldo e
comodo nel letto, oppure insieme agli amici attorno a un tavolo, in una
vecchia cantina, con un boccale di vino nero e l'unico bicchiere dove
bevevano tutti i componenti la comitiva.
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