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Il carrettiere

I vecchi mestieri

Lu trainere

San Marco in Lamis Un carrettiere Si chiamava GiovanniUna nazione sviluppata e progredita si riconosce anche dalle strade e autostrade che solcano tutte le zone del paese. Senza un vario e, a volte, complicato sistema di vie di comunicazione non sarebbe possibile mettere in movimento milioni di automezzi di tutte le qualità, grandezze e dimensioni: dalle macchine di piccola cilindrata agli autotreni. Il trasporto di merci, urbano ed extraurbano, è veloce, spasmodico, caotico, direi, ma in generale è sempre organizzato su tutta la rete viaria nazionale.

Ma che cosa succedeva nel passato, e a Sammarco in particolare?

Quando non c'erano auto, camion e furgoni vari, il trasporto delle merci occorrenti al paese si basava esclusivamente sui carretti: li traine, oggi quasi scomparsi. Non se ne vedono più in giro.

Il mestiere del carrettiere non si improvvisava. Difficilmente si trattava di una scelta soggettiva. A Sammarco c'erano delle famiglie che si tramandavano il mestiere di padre in figlio e ciò era possibile perché queste famiglie si erano create tutte le strutture necessarie per esercitare quel mestiere: case spaziose con la possibilità di ricavare la stalla per le bestie, ambiente per conservare la paglia, sacchi di avena, crusca, ecc. I locali erano muniti di capaci cisterne per raccogliere le acque piovane che servivano ad abbeverare i cavalli.

Il carrettiere viveva sempre sulle strade: o seduto sul carico che trasportava (spesso si addormentava al dondolio del carretto e dormendo guidava -così credeva- i cavalli, i quali conoscevano bene la strada da percorrere avendola fatta altre volte), oppure a piedi, a fianco dei suoi cavalli, e, quando si accorgeva che questi faticavano a tirare il carretto perché troppo carico di merce, si appoggiava a qualche sporgenza e spingeva per aiutarli.

Il carrettiere non trascurava mai le sue bestie. Le governava, puliva il manto, le gambe, i garretti. Soprattutto stava attento agli zoccoli perché qualche ferro poteva schiodarsi e danneggiare le bestie. Per questo motivo, molto spesso le portava dal maniscalco e, se il caso, cambiava i ferri.

Quando doveva fare un viaggio piuttosto lungo e faticoso, dalla sera avanti, le assisteva con più assiduità: paglia e avena più abbondanti. Per l'avena aveva un misurino con il quale dosava la razione. Questa operazione si ripeteva almeno tre volte nell'arco della notte. La mattina molto presto tirava fuori i cavalli e metteva addosso loro li uarnemente; dopo di ciò, a marcia indietro, spingeva lu temone tra le stanghe dove veniva legato al carro. Poi era la volta de Iu valanzine, cioè la bestia che stava dilato legata ad un bilancino detto la velanciola. Il carrettiere saliva in mezzo e faceva schioccare la frusta per incitare le bestie a mettersi in cammino.

A San Severo si caricava farina e pasta, essendoci lo stabilimento che le produceva. A Foggia si caricavano tabacchi, tessuti, calzature, ecc.

Il carrettiere lavorava anche nelle cave di pietra per il trasporto di blocchi da costruzione e, soprattutto, di breccia da spargere sulle strade.

Prima le strade non erano asfaltate con il catrame. Si spargeva della breccia che, con il passaggio continuo dei carri, si rompeva, si frantumava e, infine, si polverizzava sempre più.

Sulle strade c'era lu cantoniere de la vianova (stradino), che pensava a spargere la breccia e accudiva alla strada perché non divenisse impraticabile. Su quel manto omogeneo di breccia era proprio difficile andare in bicicletta: povere gomme!

Lu trainere partiva con la carretta vuota per varie località della provincia, magari per Canosa a fare un carico di vino tonneche (nero e sostanzioso). Bene. Si sedeva sopra un sacco di paglia e spesso si addormentava, ben sapendo che i suoi cavalli non lo avrebbero portato fuori strada. Quando invece era carico si sedeva sulla strettora anteriore e qui dormire era meno facile, anche perché il carico andava tenuto sempre sotto controllo. Un qualsiasi incidente, anche il meno grave, avrebbe potuto provocare danni irreparabili.

Molti decenni addietro era pericoloso viaggiare con i carretti sulle strade per la semplice ragione che i cavalli o i muli non erano abituati a incrociare automobili e quando ciò si verificava non era raro assistere allo sbandamento pauroso del carro. Le bestie si impaurivano e a volte uscivano fuori strada con le conseguenze facilmente immaginabili. Proprio per questi motivi, molto spesso, si verificavano incidenti anche mortali sulle nostre strade.

I vecchi carrettieri si notavano da lontano per la caratteristica fascia rossa che portavano stretta alla vita e che fungeva anche da cinghia per tenere su i pantaloni.

Quei carretti servivano anche a trasportare cittadini che si recavano a venerare i santi protettori come San Michele a Monte Sant'Angelo, la Madonna dell'Incoronata, S.Nazario in aperta campagna presso Poggio Imperiale. In altri termini, il carretto di una volta rispondeva, egregiamente per quei tempi, alle esigenze dell'epoca. Certamente non possiamo fare nessun paragone con i pullman che passano dal nostro paese diretti a San Giovanni Rotondo o a Monte Sant'Angelo per visitare la tomba di Padre Pio o la grotta dell'Arcangelo.

Per accogliere le persone sul carretto venivano montate delle panche a ridosso delle sponde laterali, più una al centro. Certamente le persone non dovevano stare molto comode, ma con tanta pazienza e molta fede riuscivano a sobbarcarsi simili viaggi senza lamentarsi. Per ripararsi dal sole, che nei mesi estivi picchiava, il carrettiere organizzava una specie di cappotta con tela cerata la quale dava sì l'ombra sui passeggeri ma, quando si riscaldava, quel caldo lo trasmetteva all'interno con ferocia e senza pietà.

A tirare il carretto ci andavano generalmente due cavalli, uno al centro, lu temone, l'altro di lato, lu valanzine che era legato con due cinghie a una velanciola. A volte di valanzine ne attaccavano due ai lati e questo avveniva quando il carico era superiore alla media.

Il carrettiere portava sempre con sé, sotto lu traine,un cagnolino che era sempre sveglio e attento a ogni evenienza: era una compagnia e un guardiano del carretto e del carico. Se i cavalli lungo il viaggio si fermavano senza un motivo, il cane abbaiava attorno ai cavalli come per spronarli ad andare avanti, oppure se si avvicinava un estraneo al carico non si dava pace finché non interveniva il padrone a tranquillizzarlo.

Quei lavoratori erano molto legati alle bestie e lo si poteva vedere anche stando lontano dal loro ambiente. Le governavano bene, le pulivano e le strigliavano con puntigliosità, ma è anche vero che non ci pensavano due volte se le dovevano prendere a frustate per incitarle a dare il più del possibile nello sforzo immane sulle salite della Torre o della valle di Stignano. Tuttavia, il carrettiere, pur nelle sue contraddizioni, voleva bene alle sue bestie e per questo non lesinava l'avena per tenerle sempre, in qualunque momento, in forma.

Ma l'attaccamento e il fanatismo dei carrettieri per i propri cavalli lo si notava anche dal buono stato di conservazione de li uarnemente (bardature) a cominciare dalle briglie, per finire ai sellini e ai tiranti. Tutto era ben in ordine e lucidato. I cavalli, strigliati e spazzolati, sembrava che si rendessero conto della pulizia cui erano fatti segno da parte del padrone e lo facevano notare con il loro andamento fiero e marziale.

Il padrone, sul carretto, entrando in paese con il carico ben sistemato, si ergeva in piedi e, incitando i cavalli ad alta voce, faceva schioccare la frusta quasi fosse un ritmo musicato da un maestro di buone capacità. Un comportamento da spaccone e come tale si presentava in tutte le manifestazioni della vita. Fra uno spaccone e ci sapeva fare.

Quando, in piedi sul carretto, spavaldo, faceva scattià la puntetta de lu scruiate era per lui il momento più esaltante perché tutti, specie le donne, dovevano sapere che passava lui e soltanto lui e non altri. E difatti le persone che se ne intendevano, in realtà, conoscevano il personaggio che passava soltanto dallo schioccare della frusta.

Il carrettiere sammarchese trasportava tutto ciò di cui il paese aveva bisogno e non si fermava nemmeno quando c'era la neve. Era un bravo lavoratore e si fermava solo in presenza di difficoltà insormontabili, altrimenti era sempre pronto a partire.

Trasportava la merce, come abbiamo avuto modo di dire, da Foggia e da San Severo, vino da Canosa e dal barese, sale da Margherita di Savoia e poi ancora l'olio dai frantoi sparsi nella zona, petrolio da Foggia insieme a tabacchi, stoffe, calzature e biancheria. Caricavano i carretti di enormi sacchi pieni di lana dalle masserie dove gli abruzzesi avevano tosato le loro pecore che svernavano dalle nostre parti, lungo la Pedegarganica.

Quanto abbiamo descritto fin qui riguarda il carrettiere in quanto tale, vale a dire uno che lavorava per conto proprio e fuor di questo non faceva altro mestiere.

C'erano altri carrettieri alle dipendenze di terzi, i quali vivevano quasi sempre nelle masserie e, tranne qualche giornata, stavano sempre in campagna a disposizione del padrone.

Poi, piano piano, come la ruota della storia, così anche quella del progresso tecnologico si sviluppava e andava inarrestabilmente avanti e con la comparsa dei veicoli a motore iniziò la fine del carrettiere.

Fece la sua comparsa l'autocarro e poi venne il trattore e tutti e due sostituirono la trazione per mezzo degli animali. Lentamente, ma continuamente, la meccanizzazione soppiantò una volta per tutte il carretto, l'aratro a trazione animale e tutto quanto riguardava il lavoro con le bestie: l'uomo divenne più libero e il lavoro più sopportabile. ll lavoro umano cambiò fisionomia e l'uomo, da queste parti, si sentì più emancipato e fuori dai legami traumatizzanti di un passato ormai lontano.

Tuttavia, per un certo periodo di tempo, qualche carrettiere, duro ad arrendersi, strepitò e continuò a fare qualche viaggio meno impegnativo. Ma, ormai, non era più il caso di sognare le linee di una volta, come la Sammarco-Foggia. Il lavoro c'era ma limitato a poche attività come il trasporto del carbone da riscaldamento domestico dal bosco di Monte, dove l'industria del carbone era rimasta ancora forte. La stessa cosa si può dire per il trasporto della legna dai nostri boschi e della neve che, d'estate, veniva portata in paese dalle nevare (nevaie). Nella zona di Montenero, di Monte Celano, di Chiana li puscine, o anche in altre località, nelle doline (funnate), depressioni rotondeggianti tipiche delle zone carsiche, d'inverno, ce ieva remette neve (stipare la neve) per poi coprirla con paglia e sacchi che, isolandola termicamente, la conservavano fino all'estate. Questo lavoro era fatto da squadre di operai, soprattutto alle dipendenze di Matteo e Giuseppe Soccio. Quelle zone erano tutte a pochi chilometri di distanza dal nostro centro abitato. Su quei tratturi i camionisti non si arrischiavano. Erano strade in terra battuta e, anche d'estate, quando il suolo era asciutto e non c'erano pericoli di frane e possibili voragini, i padroni dei camion prudentemente stavano alla larga. Per questi lavori li trainere la facevano da padrone e nessuno li contrastava. La concorrenza era minima e si riduceva all'ambito dei soli trainere.

Poi le strade in terra battuta, con l'andare del tempo, vennero sostituite da quelle costruite a revela d'arte, vale a dire con regolare progetto e sotto diretto controllo dei tecnici, in modo razionale e, infine, con pavimentazione in catrame. L'asfalto, così, fece la sua comparsa, pe inte la Defensa, pe lu vosche e dappertutto, dovunque c'era l'uomo che prestava la sua opera. Solo dopo, e a queste condizioni, il carrettiere si arrese e attaccò al chiodo lu scruiate.Al vecchio trainere non rimasero che i ricordi del passato: i suoi lunghi viaggi di giorno, sotto il sole cocente dell'estate e sotto l'infuriare della tormenta nei mesi invernali, e, di notte, al buio, sulle strade solitarie, con le bestie che andavano monotone, la lanterna accesa sotto il carretto e il cagnolino sempre vigile e lui, il carrettiere, seduto su qualche scomoda botte o su di un sacco di grano, mezzo appisolato a sognare di stare al caldo e comodo nel letto, oppure insieme agli amici attorno a un tavolo, in una vecchia cantina, con un boccale di vino nero e l'unico bicchiere dove bevevano tutti i componenti la comitiva.

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Pubblicato il: Venerdì, 13. Agosto 2004 (770 letture)
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