Lu carevunere
Fino a pochi anni addietro, si consumava molto carbone
per il riscaldamento domestico, e nei nostri boschi se ne produceva a tonnellate. I boscaioli tagliavano gli alberi che venivano fatti a pezzi di
almeno un metro e venti di lunghezza per poterli sistemare bene nella
costruzione della "carbonaia".
Per comporre una "carbonaia" occorreva una
quantità considerevole di legna, comunque non inferiore ai trecento
quintali (bisogna tenere presente che solo un quinto del peso della legna
si trasforma in carbone). Il diametro generalmente era di quattro o cinque
metri per un altezza di due-tre metri. Si cominciava mettendo i tronchi in
piedi, obliqui verso l'interno, a forma di gabbia, e si girava attorno,
accatastando legna su legna fino a raggiungere la grandezza base. Dopo di
che si ricominciava di sopra a costruire il secondo piano. Al centro,
dalla base all'apice, si lasciava un grosso buco per l'accensione del
fuoco. Il tutto veniva ricoperto da una "camicia" di stoppie o
erbacce secche e da uno strato di terra che variava dai quaranta ai
cinquanta centimetri in modo che la legna rimanesse imprigionata in una
corazza di terra e il calore compresso la bruciasse senza sbriciolarla.
La legna "cotta" rimaneva in piedi, intatta,
e, alla fine, dovevano essere i carbonai stessi a fare in pezzi tutto
quanto. Lungo tutta la struttura, all'altezza di trenta centimetri circa,
si praticano dei fori ogni metro per far sì che quando il fuoco bruciava
l'aria avesse la possibilità di giocare dentro. Ecco, questa era la
preparazione della carbonaia. Non rimaneva, poi, che dare fuoco. Ciò
avveniva in un modo molto semplice: si accendeva un grosso fuoco al fine
di produrre della brace, la quale veniva raccolta e buttata dentro
attraverso il buco lasciato di proposito durante la costruzione. Il fuoco
doveva bruciare ininterrottamente per la durata di dodici, tredici
giorni, dopo di che la legna era "cotta": era diventata carbone.
Tuttavia non sempre, come in ogni cosa, tutto filava
per il verso giusto. Il vento, la pioggia ed altri fenomeni atmosferici
potevano provocare danni irreparabili se non si stava con gli occhi ben
aperti a tenere continuamente tutto sotto controllo. A volte, per il gioco
delle correnti d'aria, poteva accadere che in un lato qualsiasi la legna
bruciasse più velocemente e provocasse l'apertura di una falla. Questa
andava riparata immediatamente con dei pezzi di legna corti tali da
potersi sistemare con facilità e prontezza.
Quando il carbonaio sentiva che la cottura era arrivata
al punto giusto si predisponeva a spegnerla e iniziava con l'operazione
del "disarmo". Cominciava a tirar via la terra con un rastrello,
polverizzandola sul posto; quindi era la volta della "camicia"
che veniva tirata via per iniziare l'opera di spegnimento. I tronchi
d'albero carbonizzati non dovevano essere spenti con l'acqua come facilmente si sarebbe portati a credere, ma era la stessa terra tolta a farlo. In
seguito, la terra veniva separata dal carbone che si raccoglieva e metteva
nei sacchi. La rimanenza del carbone, la vruscia, si lasciava sul
terreno e veniva venduta ad un prezzo molto inferiore essendo materiale di
poca consistenza.
Oggi di carbone se ne produce ancora, ma kerosene, gas,
elettricità ed altro lo stanno gradatamente soppiantando. Del resto gli
"appartamenti" moderni non consentono, per molte e svariate
ragioni, di consumare il carbone per riscaldarsi. Anzi si attende con impazienza l'arrivo anche a Sammarco del metano che è molto più comodo e
meno costoso.
Abbiamo parlato del carbone e di come si produceva, ma
non del produttore, di colui che si applicava giorno e notte, dal
principio alla fine, senza riposo e senza tregua perché il lavoro fatto
non andasse perduto per mancanza di assidua e costante assistenza.
Il carbonaio era soggetto a malattie bronco-polmonari a
causa della persistente esposizione alle avversità del tempo,
particolarmente frequenti in autunno e primavera, senza parlare
dell'inverno. E la polvere?
Per scrivere questo pezzo mi sono rivolto a più di un
operaio o, meglio, ex operai, oggi pensionati, che, negli anni passati,
hanno lavorato in questo campo. Soprattutto il signor Luigi Villani mi ha
informato su tutti i particolari, essendo egli stesso produttore e commerciante di carbone in Sammarco.
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