Li pagghiaiule
Nella
conduzione dell'impresa agricola, nel nostro Tavoliere, tra le tante
attività che si svolgevano ce n'era una che aveva una notevole
rilevanza per quei tempi. Si trattava della costruzione della meta la
pagghia. Dopo la mietitura e la trebbiatura dei cereali, la paglia
veniva raccolta dallo scarico della trebbiatrice e veniva allontanata
dalla macchina mediante il lavoro della marenara: un cavallo
trainava un travicello lungo almeno tre metri al centro del quale erano
fissati due anelli di ferro dove si agganciavano dei tiranti; sopra il
travicello, in piedi, un ragazzo guidava l'animale, facendo anche da
contrappeso. Ogni volta che passava riusciva a convogliare una certa
quantità di paglia che andava a depositare provvisoriamente non lontano
e, comunque, nei pressi della zona dove era stata localizzata la
costruzione della meta. Tutto ciò finché durava la trebbiatura,
dopo di che entrava in azione la squadra de li pagghiaiule, cioè
di coloro che avrebbero messo su la meta, che era un vero e
proprio capolavoro in quel genere di attività.
A
seconda della quantità della paglia a disposizione, veniva fatto il
calcolo, così a vista, senza calcoli matematici (tenete presente che
gli operatori erano, nella loro maggioranza, semianalfabeti, se non del
tutto analfabeti). L'orientamento era dovuto alla pratica, alla lunga
esperienza. Vedendo il mucchio della paglia lì raccolta, riuscivano a
valutare, ad occhio e croce, la base, che era sempre un rettangolo e di
lì partivano tracciando le linee su cui veniva trasportata la paglia.
Questa era raccolta in un grosso telo di tessuto pesante, la
racanedda, di due metri di lato circa. Ad ogni angolo c'era un pezzo
di fune che si legava al centro in modo da racchiudere una certa quantità
di paglia (35-40 chili), che caricavano sulle spalle e portavano sul
tracciato. Quando il lavoro andava avanti e il mucchio iniziava a
prendere la forma della meta si usava la scala. Sulla costruzione
c'erano sempre due operai con le forche a spargerla e pressarla, attenti
a non deviare e non uscire fuori dalla linea già prefissata. La paglia
scaricata veniva sempre mossa con le forche in modo che tutti i fili
assumessero la posizione orizzontale, ad evitare la formazione di
gabbiette che avrebbero reso fragile tutta quanta la costruzione.
Soprattutto il centro subiva una forte pressione con i piedi e la forca
non doveva mai stare ferma.
Di
tanto in tanto il responsabile andava a dare uno sguardo attorno per
controllare se la meta andava su diritta, senza pendere in
nessuna direzione. Tutto questo fino ad una certa altezza.
Arrivati
a un certo limite, cominciava a stringersi ai due lati maggiori. Qui ci
voleva molta accortezza per dare, oltre alla stabilità, la sagomatura
caratteristica. Così si andava avanti sino alla fine, alla
“chiusura”.
Completata
la meta ognuno faceva come meglio credeva. C'era chi, per evitare
che il vento portasse via la paglia, ci gettava sopra la paglia delle
fave, chi, invece, alle due estremità superiori, con un lungo filo di
ferro, ci legava due sassi che pendevano da una parte e dall'altra per
far sì che il vento non la danneggiasse.
Poi
le piogge autunnali pensavano a rassettare il tutto.
Alla
costruzione della meta lavoravano almeno sei, se non sette,
persone le quali si distribuivano, grosso modo, cosi: due raccoglievano
la paglia nelle racanedde, due la trasportavano e altri due
stavano continuamente sulla meta a distribuirla uniformemente per
evitare complicazioni nella struttura complessiva.
Quella
costruzione, a vederla da lontano, dava l'impressione che non fosse di
semplice paglia, ma di materiale più consistente, tanto era ben unita e
sagomata.
Le
intemperie della stagione autunnale e invernale non riuscivano a
molestarla nella sua solidità e, nonostante tutto, continuava a
svettare in alto quasi a sfidare gli elementi che infuriavano.
Intanto
da una parte (lato corto) ogni giorno venivano prelevati dei cestoni (gerle)
di paglia che serviva da mangiare alle bestie, che a quei tempi erano
molte. Riempire lpotrebbe sembrare cosa facile, invece
facile non era, anzi. Intanto occorreva la forca e ci volevano anche un
paio di polsi duri.
La
paglia cosi pressata, con l'andare del tempo, diveniva una massa
compatta e per sradicarla con la forca c'era bisogno di una forza
vigorosa.
Il
prelievo andava fatto sempre dalla parte che guardava a Mezzogiorno per
dare le spalle al Nord al fine di evitare la bora, che avrebbe
danneggiato, con l'infiltrazione delle acque, l'interno della meta. |