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Li paggiajule

La costruzione della "meta"

Li Pagghiajule

Li pagghiaiule

San Marco in Lamis Trebbiatura Vecchia fotoNella conduzione dell'impresa agricola, nel nostro Tavoliere, tra le tante attività che si svolgevano ce n'era una che aveva una notevole rilevanza per quei tempi. Si trattava della costruzione della meta la pagghia. Dopo la mietitura e la trebbiatura dei cereali, la paglia veniva raccolta dallo scarico della trebbiatrice e veniva allontanata dalla macchina mediante il lavoro della marenara: un cavallo trainava un travicello lungo almeno tre metri al centro del quale erano fissati due anelli di ferro dove si agganciavano dei tiranti; sopra il travicello, in piedi, un ragazzo guidava l'animale, facendo anche da contrappeso. Ogni volta che passava riusciva a convogliare una certa quantità di paglia che andava a depositare provvisoriamente non lontano e, comunque, nei pressi della zona dove era stata localizzata la costruzione della meta. Tutto ciò finché durava la trebbiatura, dopo di che entrava in azione la squadra de li pagghiaiule, cioè di coloro che avrebbero messo su la meta, che era un vero e proprio capolavoro in quel genere di attività.

A seconda della quantità della paglia a disposizione, veniva fatto il calcolo, così a vista, senza calcoli matematici (tenete presente che gli operatori erano, nella loro maggioranza, semianalfabeti, se non del tutto analfabeti). L'orientamento era dovuto alla pratica, alla lunga esperienza. Vedendo il mucchio della paglia lì raccolta, riuscivano a valutare, ad occhio e croce, la base, che era sempre un rettangolo e di lì partivano tracciando le linee su cui veniva trasportata la paglia. Questa era raccolta in un grosso telo di tessuto pesante, la racanedda, di due metri di lato circa. Ad ogni angolo c'era un pezzo di fune che si legava al centro in modo da racchiudere una certa quantità di paglia (35-40 chili), che caricavano sulle spalle e portavano sul tracciato. Quando il lavoro andava avanti e il mucchio iniziava a prendere la forma della meta si usava la scala. Sulla costruzione c'erano sempre due operai con le forche a spargerla e pressarla, attenti a non deviare e non uscire fuori dalla linea già prefissata. La paglia scaricata veniva sempre mossa con le forche in modo che tutti i fili assumessero la posizione orizzontale, ad evitare la formazione di gabbiette che avrebbero reso fragile tutta quanta la costruzione. Soprattutto il centro subiva una forte pressione con i piedi e la forca non doveva mai stare ferma.

Di tanto in tanto il responsabile andava a dare uno sguardo attorno per controllare se la meta andava su diritta, senza pendere in nessuna direzione. Tutto questo fino ad una certa altezza.

Arrivati a un certo limite, cominciava a stringersi ai due lati maggiori. Qui ci voleva molta accortezza per dare, oltre alla stabilità, la sagomatura caratteristica. Così si andava avanti sino alla fine, alla “chiusura”.

Completata la meta ognuno faceva come meglio credeva. C'era chi, per evitare che il vento portasse via la paglia, ci gettava sopra la paglia delle fave, chi, invece, alle due estremità superiori, con un lungo filo di ferro, ci legava due sassi che pendevano da una parte e dall'altra per far sì che il vento non la danneggiasse.

Poi le piogge autunnali pensavano a rassettare il tutto.

Alla costruzione della meta lavoravano almeno sei, se non sette, persone le quali si distribuivano, grosso modo, cosi: due raccoglievano la paglia nelle racanedde, due la trasportavano e altri due stavano continuamente sulla meta a distribuirla uniformemente per evitare complicazioni nella struttura complessiva.

Quella costruzione, a vederla da lontano, dava l'impressione che non fosse di semplice paglia, ma di materiale più consistente, tanto era ben unita e sagomata.

Le intemperie della stagione autunnale e invernale non riuscivano a molestarla nella sua solidità e, nonostante tutto, continuava a svettare in alto quasi a sfidare gli elementi che infuriavano.

Intanto da una parte (lato corto) ogni giorno venivano prelevati dei cestoni (gerle) di paglia che serviva da mangiare alle bestie, che a quei tempi erano molte. Riempire lpotrebbe sembrare cosa facile, invece facile non era, anzi. Intanto occorreva la forca e ci volevano anche un paio di polsi duri.

La paglia cosi pressata, con l'andare del tempo, diveniva una massa compatta e per sradicarla con la forca c'era bisogno di una forza vigorosa.

Il prelievo andava fatto sempre dalla parte che guardava a Mezzogiorno per dare le spalle al Nord al fine di evitare la bora, che avrebbe danneggiato, con l'infiltrazione delle acque, l'interno della meta.

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Pubblicato il: Venerdì, 13. Agosto 2004 (920 letture)
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