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I pastori

Come eravamo: I pastori ed i loro attrezzi

Oggetti di Pastori

I pastori

San Marco in Lamis Come eravamoIl mestiere del pastore è senz'altro uno di più antichi come quello dell'agricoltore e, certamente, durante la storia dell'uomo e della sua attività lavorativa, si sono incrociati più e più volte operando nella stessa sfera, nella stessa campagna. Ancora oggi, in vaste zone dell'Italia meridionale vengono a contatto e, il più delle volte, si scontrano per i danni, ad esempio, che le bestie possono aver provocato invadendo, anche senza la volontà del pastore, terreni seminati a grano oppure a ortaggi.

La pastorizia si è modificata notevolmente. L'elettricità è stata di grande aiuto nelle campagne. Basta osservare come si tosano oggi le pecore, come si mungono le bestie da latte, i caseggiati con la luce e tante altre piccole cose. Tuttavia, il pastore delle nostre zone, nel complesso, non è cambiato di molto. Non intendo, comunque, parlare della pastorizia quanto, piuttosto, di alcune attività, diciamo così, collaterali del pastore come, ad esempio, la produzione di oggetti in uso nelle famiglie di allora. Ci riferiamo alla lavorazione del legno, nelle lunghe ore del giorno, appresso alle bestie durante il pascolo, specie d'estate, quando la giornata era molto più lunga.

Tra questi oggetti troviamo innanzitutto dei piatti, i cosiddetti roppe. I pastori di una volta non mangiavano nei piatti che noi conosciamo, cioè di terracotta. I piatti se li facevano da soli, da un tronco di albero, con l'ascia e la punta di uno scalpello rudimentale, aiutandosi anche con un coltello speciale. Sulla faccia esterna scolpivano figure femminili, teste di bestie a loro care e fiori di tutte le fogge.

Una spiegazione è d'obbligo: quando a sera i pastori facevano ritorno all'ovile, si preparavano da mangiare e mettevano sul fuoco la caldaia con l'acqua per farla bollire; tutti i lavoratori di una masseria mettevano i "piatti" per terra con dentro il pane affettato, uno di loro passava con la caldaia e versava l'acqua calda in ogni piatto in modo che si bagnasse il pane: questo piatto si chiamava acquasala. Poi, ognuno di loro lo condiva con la quantità d'olio che credeva. Il sale lo mettevano una settimana a testa. Un piatto di creta, in quelle condizioni, quanto tempo poteva durare?

San Marco in Lamis Vecchio attrezzoAltro oggetto tipico costruito dai pastori era lu scannele una specie di sedia, di sgabello per chi viveva in campagna. Un tronco d'albero veniva tagliato in più pezzi, dello spessore di cinque centimetri, nei quali, lisciati e ben limati da tutt'e due le parti, prima con l'ascia e poi con la raspa, venivano praticati tre fori, di tre centimetri circa di diametro e distanti uno dall'altro almeno trenta centimetri, dentro i quali si inserivano tre tronchetti che fungevano da gambe, come in una sedia appunto. Così era assicurata la stabilità per chi si sedeva sopra.

Con li ferle (ferole), invece, costruivano li furlizze, sgabelli quasi cubici per la cui realizzazione si usavano persino chiodi di legno in modo che non vi fosse alcun materiale, come il ferro, estraneo alla natura entro la quale vivevano.

Naturalmente costruivano cuddare per i campanacci che appendevano al collo delle bestie, oltre a cucchiai, mestoli, manici per attrezzi, bastoni, sempre in legno, e qualcuno sapeva emulare anche lu mastrerasce e costruiva oggetti per la casa e per la campagna.

E ancora: abbiarno detto del piatto nel quale mangiavano i pastori, ma non di dove mettevano l'olio e il sale. Ci proviamo.

Guardiano di caprePer ciò che riguarda l'olio, molti di loro non avevano la bottiglia di vetro. Venuti in possesso di un corno di mucca morta, lo tagliavano alla base con un seghetto e poi lo lasciavano essiccare al sole; con il tempo la materia interna, specie di midollo, diveniva friabile e si staccava da sè al primo tocco contro una pietra. Il resto veniva pulito con una specie di punteruolo fino all'osso, che è resistente, duro e impermeabile. La base veniva chiusa con un fondo di legno ben aderente e, se il caso, per sicurezza, si sistemavano dei chiodini attorno. Terminata la chiusura della base, si lavorava all'apice segando la punta sino a trovare il vuoto interno. A questo punto i pastori si sbizzarrivano nel disegnare figure secondo la loro individuale fantasia. Per la chiusura superiore costruivano lu zuidde, anch'esso di osso o di legno duro (un piccolo turacciolo legato ad un filo di pelle). Tutto l'insieme era chiamato josse (osso).

Per il contenitore del sale non si usava il sacchetto di tela o di pelle, no. Errando per i prati, vicino agli orti, si cercava una zucca di media grandezza, la si lasciava al sole per un po' di tempo e quando si vedeva che il midollo si era totalmente essiccato lo si tirava fuori con un coltello facilmente, mentre la parte esterna, l'involucro con il passare dei giorni, al sole, si induriva e, tagliata l'imboccatura che era larga da contenere il passaggio di una mano, si praticavano due fori per inserirci una fine cordicella per appenderla nei pressi del camino.

In ultima analisi: niente piatti di terracotta nè bottiglie di vetro, che, al primo urto, potevano rompersi. Invece, josse, saléra e roppe rimanevano intatti per sempre... o quasi.

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Pubblicato il: Venerdì, 13. Agosto 2004 (803 letture)
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