I braccianti
Parlare
della vita e del lavoro dei nostri braccianti agricoli non è semplice
come potrebbe sembrare e, inoltre, bisogna stare attenti a non cadere
nella confusione tra il vecchio e il nuovo.
Il
bracciante di oggi non ha nulla a che vedere con quello del passato per
molti aspetti, primo tra tutti, il più importante e significativo,
quello di tornare a casa ogni sera e dormire nel proprio letto dopo una
giornata di lavoro.
Gli
attuali lavoratori agricoli sono sicuramente molto di meno di quelli di
ieri, sono uniti e meglio organizzati nel loro sindacato e, pertanto, le
loro rivendicazioni nei confronti dei datori di lavoro risultano più
concrete, meno dispersive e quindi più efficaci.
Il
bracciante agricolo odierno è innanzitutto a contatto diretto e
continuo con l'Ufficio di Collocamento e, così facendo, gli è più
facile venire a conoscenza di nuove leggi riguardanti la categoria e,
con l'aiuto del sindacato, può meglio sviluppare la sua azione di lotta
in difesa dei propri diritti.
Nella
categoria ci sono diversi gruppi, ognuno dei quali si difende come può.
Dai salariati fissi, che vivono da un anno all'altro nelle masserie dei
datori di lavoro, agli abituali con oltre centocinquantuno giornate,
agli occasionali con centocinque e, infine, agli eccezionali con solo
cinquantuno giornate di lavoro. I lavoratori che fanno parte di queste
categorie hanno interessi diversi gli uni dagli altri, soprattutto per
ciò che concerne il sussidio di disoccupazione loro spettante.
I
braccianti del passato, a differenza di quelli odierni, erano dei
lavoratori che non avevano nessuna specializzazione nel campo della loro
attività lavorativa. Ora ci sono le diverse qualifiche: il camparo e
sottocamparo, il trattorista, il raccoglitore di olive, ecc. Tutti con
una paga adeguata alla specializzazione.
E
quelli di prima?
Anzitutto
avevano un'occupazione discontinua e senza contratto di lavoro, per cui
lo scambio con il padrone avveniva nel modo più semplice possibile:
venivano retribuiti a giornata senza ulteriori oneri, come si direbbe
oggi. L'assistenza sanitaria era di là da venire con tutto ciò che
comportava. La mortalità infantile era elevata, la durata media della
vita si attestava intorno a cinquant'anni, le condizioni economiche
delle famiglie erano disagiate, l'istruzione era quasi sconosciuta,
soprattutto nel nostro Mezzogiorno.
I
governanti, dall'Unità d'Italia in poi, del Sud se ne infischiarono. Si
ricordavano soltanto per la raccolta del grano, dell'uva, delle olive e
dei giovani di vent'anni per le loro sporche guerre. Poi venne il
fascismo e la situazione si aggravò in tutti i sensi per i poveri.
Quei
lavoratori non si improvvisavano, era come un destino maledetto, una
malasorte che accompagnava il loro cammino della vita fin dalla più
tenera età. Il figlio del bracciante seguiva le orme del padre e, così,
di generazione in generazione. Nella categoria non c'era alcuna
distinzione d'età e di sesso. Tutti imparavano in fretta quelle attività
semplici che venivano eseguite durante le diverse stagioni dell'anno
L'unica distinzione la facevano i padroni i quali, a fine lavoro,
variavano la paga a seconda dell'età e del sesso, a prescindere
dall'uguale prestazione e rendimento.
Come
abbiamo ricordato, non avevano un'occupazione fissa e permanente in
un'azienda agricola. Erano sempre in attesa che qualche agricoltore si
ricordasse di averli avuti alle proprie dipendenze e di aver avuto una
buona impressione. Intanto continuavano a rimanere disoccupati.
I
lavori, diciamo così, di massa avvenivano in certi periodi dell'anno.
Nell'inverno, ad esempio, tra febbraio e marzo, si andava nei campi per zappulià,
in occasione della scerbatura del grano. In quel
periodo si formavano delle grosse compagnie di trenta, quaranta giovani,
ragazzi e donne per lavorare in una grande masseria. Restavano in
campagna per quaranta, cinquanta giorni continuativi, senza mai un
giorno di festa e di riposo. Tornavano al paese, grosso modo, sotto le
feste pasquali.
Anche
durante la mietitura si formavano compagnie di braccianti per
raccogliere manocchie (covoni)
in biche e trasportarli poi, con grossi carri (carrettune), presso
la trebbiatrice.
Altre
compagnie si formavano per la raccolta dell'uva nelle vigne di S.Severo:
i lavoratori più pratici venivano occupati per il pestaggio, a piedi
nudi, delle uve in grossi recipienti da dove sgorgava il mosto, futuro
vino.
Lo
stesso avveniva in occasione ddla raccolta delle olive. Su lunghe scale
si saliva sugli alberi per sfilare le olive che andavano su larghi
teloni sparsi per terra (racanedde). Quelle che saltavano via,
lontano, venivano raccolte da ragazzi e donne che le mettevano nei
canestri. Poi, nei caseggiati dove stavano i frantoi, erano impegnati
uomini con una certa esperienza che facevano persino i turni, anche di
notte, in modo da non interrompere mai il lavoro.
Quei
braccianti senza alcuna specializzazione erano in grado di eseguire
tutti i lavori necessari nelle aziende piccole, e loro erano sempre
disponibili in qualsiasi momento. Bastava che un agricoltore facesse
sapere di quanti elementi aveva bisogno e subito, la mattina dopo, prima
dell'alba, si presentavano nella masseria con la bisaccia sulle spalle
e, senza tanti preamboli, iniziavano a lavorare dopo aver percorso a
piedi dieci, quindici chilometri e, a volte, anche di più. Si mettevano
in cammino di notte per non perdere un quarto della giornata.
Non
si lavorava a ore, ma a giornata (a iurnata) che, per comodità,
veniva divisa in nu quarte, meza iurnata, tre quarte
e la iurnata sana.
In
primavera inoltrata si svolgeva il lavoro più pesante di tutto l'anno.
Nel mese di maggio si andava 'mpugghia a sciuppà li fave (nelle
masserie del Tavoliere di Pugliia a estirpare le fave). Era un lavoro
massacrante: soltanto chi era avvezzo ci riusciva, chi no doveva fare
sforzi sovrumani per resistere e non perdere la faccia di fronte al
padrone e, soprattutto, ai compagni di lavoro. Lasciare avrebbe significato
la perdita di credibilibà nella categoria.
Si
iniziava a lavorare la mattina molto presto e ognuno aveva due solchi da
estirpare. I lavoratori si disponevano a scala, cioè uno un paio di
metri dietro l'altro perché potessero essere liberi nei movimenti. Era
usanza che il padrone si scegliesse, quale uomo di fiducia, il più
forte e valido, magari gratificandolo con qualche bicchiere di vino di
nascosto dagli altri. Questi si prestava e, mettendosi alla testa della
compagnia, con tutte le sue forze, lavorava come un dissennato: tutti
gli altri, per non rimanere indietro, dovevano, di conseguenza, buttarsi
a capofitto nel lavoro tra polvere, sudore, bestemmie e maledizioni per
quella vita bestiale. Alla sera, sfiniti, consumavano lu panecotte.
Il
disgraziato, dopo dodici, tredici ore di duro lavoro, a fine pasto, si
buttava sul sacco di paglia riempito la mattina, perché sapeva che la
sera non avrebbe avuto la forza di farlo, e via a dormire sino alle
cinque del mattino seguente.
Terminato
il lavoro in un'azienda, si andava ad attaccare in un'altra sino a fine
della campagna che durava, a seconda dell'anno dai dieci ai quindici,
venti giorni. Comunque i braccianti, come abbiamo visto, eccezionalmente
facevano un periodo di lavoro continuativo da uno stesso agricoltore.
Infatti questi, come abbiamo visto, per avere sempre uomini a
disposizione, aveva li iarzune, cioè
salariati fissi che aravano, mietevano, trebbiavano, eseguivano in
pratica tutti i lavori per portare avanti un'azienda. Quei braccianti
non avevano una qualifica e, pur conoscendo tutte le regole e le attività
da svolgere per tenere in piedi una masseria, difficilmente si
trasformavano da braccianti in salariati. Se ciò avveniva, si
verificava in gioventù, altrimenti dopo era difficilissimo.
Quando
i braccianti andavano a lavorare in una masseria, non dormivano mai su
un tavolaccio come i salariati, ma per terra, inte lu staddone (nella stalla). Lì poggiavano il sacco pieno di paglia e
lì sopra si stendevano per dormire. Certamente i primi ad essere
assaliti e succhiati ben bene dalle pulci (allora ce n'erano tante, in
quantità iperboliche) erano loro. La pelle si riempiva di punture
rossastre, segno evidente di essere stata alla mercé di quei parassiti.
Chi
faceva quel mestiere, per trovare lavoro, la mattina molto presto si
doveva alzare e ascì alla chiazza,
vale
a dire andare in piazza ed esporsi come una merce qualsiasi sul mercato.
Quel
mercato si svolgeva tutte le mattine di buon'ora all'incrocio tuttora
esistente tra Corso Matteotti e le vie Roma e Carducci, cioè 'ncima
alla strata lu ponte. Lì
si raccoglievano i disoccupati e a crocchi discutevano tra di loro, ma,
se arrivava un datore di lavoro o un suo uomo di fiducia ben conosciuto,
tutti zittivano e i loro occhi si appuntavano sul nuovo venuto, attenti
ad osservare le sue mosse, le sue intenzioni. Piano piano, lentamente,
gli si avvicinavano salutandolo col cappello o la coppola in mano, in
segno di rispetto, e tutti speravano di essere scelti. A coloro che
rimanevano sulla piazza, ed erano in molti, non restava che imprecare e
mandare a quel paese tutti e tutte le autorità dello stato: non si
salvava nessuno, compreso "l'amato re e la regina" e tutti i
governanti, religiosi e militari. Da quelle maledizioni non si salvava
nessuno e insieme venivano affastellati e condannati alle pene più
atroci. Erano, in quelle occasioni, degli inconsapevoli anarchici
abbrutiti dalla miseria e dalle insopportabili condizioni di vita. Tutti
gli adulti erano sposati con prole abbondante: cinque, sei, otto figli e per sfamarli
ce ne voleva! Questa era una delle ragioni per cui i bambini non
frequentavano neppure la prima elementare: dovevano andare a guadagnarsi
"la spesa" . Così la categoria dei braccianti non finiva mai:
veniva continuamente alimentata da essa stessa.
I
padroni ne erano consapevoli e ne approfittavano: più bisogno avevano e
più li sfruttavano, meno li pagavano. Era quella la legge del mercato:
quanto più alta era la disoccupazione, quante più braccia per lavorare
erano disponibili, tanto più il salario era basso.
Quei
braccianti non esistono più. Ora i braccianti moderni, quelli che ci
sono ancora, vanno a lavorare in macchina, fanno le ore prestabilite dal
contratto di lavoro e tornano a casa per mangiare e dormire con i propri
familiari. Le lotte dei lavoratori della terra hanno cambiato il volto
delle nostre campagne e quelli che furono i protagonisti del cambiamento
ora, giustamente, ne godono i frutti.
|