I contadini
Sammarco un tempo vedeva una forte presenza di contadini.
Gli altri abitanti e soprattutto gli artigiani avevano molto da ridire
su di essi, che venivano chiamati in modo spregiativo cozze.
Vivevano quasi sempre in campagna ed erano, nella quasi
totalità, analfabeti, tranne poche eccezioni. Sempre a contatto con la
terra e le bestie, conoscevano poco o niente dello sviluppo e del
progresso civile che avveniva nella società.
Al contadino, pur essendo un gran lavoratore, che
produceva per sé e per la società, nessuno mai perdonò di fare quel
mestiere e di condurre quella vita. Quasi un castigo di Dio. Come mai?
Scommetto che nessuno al mondo sa spiegarselo e dare una risposta convincente.
Il vocabolario Zingarelli così lo definisce: persona rozza,
ignorante, villana, materiale, grossolana...
In Festa
della memoria, libretto
scritto dal preside Tommaso Nardella, si legge, riferendosi a don
Francesco Potenza, sacerdote e teologo, che "pe
arraggiunà nu cozze, non ce vò natu
cozze ma lu cozze de l'accetta" (Per
discutere con un contadino non ci vuole un altro contadino, ma la parte
opposta dell'accetta). In ultima analisi, in quella società, poco ci
mancava a dire che era un disonore, una vergogna avere tra i piedi un
contadino.
Eppure questa nostra società civile e progredita nasce
dalle radici ben piantate e ben consolidate dei lavoratori della terra.
Non sono passati mica molti decenni da quando il nostro Paese è uscito
da una condizione prevalentemente agricola. Nel nostro piccolo, a
Sammarco, tutti hanno avuto modo di dileggiare, prendere in giro i
contadini. Però il contadino per vivere onestamente lavorava e lavorava
sodo producendo per sé e per gli altri, compresi quanti ridevano di
lui.
Il contadino, zappando, portava sempre con sé la
sderrazza: un piccolo attrezzo, che, molto spesso, durante la
giornata di lavoro, gli occorreva per pulire la zappa dalla terra che si
incrostava. Era un piccolo arnese, di cui non poteva fare a meno. Era un
semplice triangolino di lamiera di cinque, sei centimetri di lato con un
manico di una
ventina di centimetri che il fabbro ferraio, dopo aver fatto arroventare
ben bene, attorcigliava su se stesso tanto da farlo diventare la metà;
all'estremità terminava con un occhiello che serviva ad appenderlo ad
un uncinetto di filo di ferro che il contadino portava sempre infilato
nella cinghia dei pantaloni dalla parte posteriore dell'anca.
Il contadino, di tanto in tanto, smetteva di zappare, si
drizzava la schiena, prendeva la sderrazza e puliva la zappa dalla terra che
lavorando si raccoglieva agli angoli. Con questa breve operazione
l'operaio si riposava anche per pochi secondi, mentre passava
ripetutamente il piccolo attrezzo sulla superficie della zappa che
rimaneva pulita e luccicava al sole, almeno fino a quando non si incrostava
un'altra volta.
IL contadino viveva continuamente in campagna e non
conosceva né feste né riposo. Iniziava a lavorare la mattina molto
presto e smetteva la sera molto tardi, con il buio. A volte, quando
c'era la luna piena, lavorava di zappa anche di notte perché la majesa (il
maggese) fosse pronta a tempo debito. Questo lavoro era uno dei più
faticosi, scomodi e portatore di malattie reumatiche. L'uomo zappando si
immergeva nella terra umida per ore e ore, con il bel tempo e con la
pioggia, senza soste, da mane a sera. Dopo una giornata di molte ore di
duro lavoro, si preparava la cena consistente in un panecotte. Tutto qui. La stessa cosa faceva la mattina. Non
esisteva colazione, pranzo e cena, con primo, secondo e frutta. Il
contadino di allora, come del resto gli altri lavoratori, non aveva la
preoccupazione di eccedere in fatto di calorie e proteine. Non aveva
problemi di pressione o di colesterolo. Il diabete non si sapeva neppure
cosa fosse. Ma, allora ci si potrebbe chiedere se quel lavoratore viveva
in buona salute e molto più a lungo. La risposta è che il contadino
non viveva a lungo. L'uomo conduceva una vita fatta di lavoro duro e
continuo che svolgeva con un'alimentazione povera. La vita media dei
nostri contadini, quindi, era più o meno di cinquant'anni.
La maggior parte dei contadini lavorava la terra non di
sua proprietà. Erano affittuari e pagavano il terraggio a fine
raccolto. Se il raccolto era buono, nel senso che permetteva di far
fronte agli impegni assunti, tutto bene, altrimenti ci rimetteva l'osso
del collo. Il padrone della gesina (appezzamento di terra) lo costringeva a pagare in
tutti i modi, anche sequestrandogli le bestie, la casa ed altro. Non per
niente i
grandi proprietari terrieri sono padroni di molte casupole dei quartieri
popolari di Sammarco, come lu Casalotte,
li Murgette, ecc.
Proprio per evitare questa eventualità il contadino lavorava anche di
notte: non voleva fare brutta figura davanti ai paesani e al padrone. La
preoccupazione era assillante e non gli dava pace. Se allevava qualche
animale, come pecore, galline, maiali, lo faceva unicamente allo scopo
di integrare il magro reddito che riusciva a realizzare nell'arco
dell'anno lavorativo. Le poche pecore gli servivano per la lana che si
otteneva. La lana grezza veniva cardata, filata e fatta tessere a tela
per poi ricavarci camicie, mutande, calze per l'inverno, ecc.
Le uova che producevano le galline erano destinate al
mercato come pure la verdura che portava in paese ogni mattina, quando
ce n'era. A primavera le chiocce facevano nidiate di pulcini e nell'aia
e tutt'intorno non si sentiva che il pigolio di decine e decine di
pulcini dai mille colori, sempre in cerca di chicchi da mangiare. Molti
di questi pulcini venivano venduti a chi intendeva allevarli. Altri,
invece, venivano cresciuti, soprattutto se galli, perché si trovassero
col peso ideale per essere venduti a Ferragosto. Il contadino li
allevava, li cresceva e difficilmente ne mangiava qualcuno. Quanto ai
pochi maiali che allevava, in autunno sceglieva chi più si prestava ad
essere ingrassato e dopo averlo fatto sanà (castrare),
lo metteva all'ingrasso, perché a Natale arrivasse col peso giusto per
essere macellato e venduto per mettere da parte qualche soldo per la
famiglia.
Ovviamente non tutti i contadini si trovavano nelle stesse
condizioni economiche. C'erano certamente delle diversità sia per la
composizione familiare sia per la comodità e fertilità della terra. In
certe famiglie, per esempio, c'erano molti uomini, il padre e tre,
quattro figli maschi e, quindi, c'era una forza lavoro capace di portare
avanti un'azienda agricola di una certa consistenza. Questo permetteva
alla famiglia di avere un tenore di vita leggermente superiore agli
altri contadini. Inoltre se bastavano solo alcune persone a "tirare
avanti la gesina", gli
altri andavano a lavorare alle dipendenze di terzi, a fare la majesa dai
proprietari della zona oppure a zappare nelle vigne di San Severo dove
si lavorava di meno e si guadagnava di più. In primavera tutti andavano
a sciuppà fave (estirpare le fave) e in questo periodo guadagnavano quel
tanto per poter affrontare con una certa tranquillità le spese per la
successiva campagna della mietitura.
Il nostro contadino iniziava i lavori dell'aratura per la
semina del grano agli inizi di settembre (a seconda della zona). Molti
usavano ancora l'aratro a chiodo (tumunnella) e, per arare un
ettaro di terra, impiegavano più tempo che con l'aratro normale. Per
seminare il grano, la terra andava preparata, cioè a dire remenata,
assucciata
(spianata) e coperta, finché era possibile, di fumere (concime organico) e solo dopo avveniva la semina a mano.
Dopo di ciò si praticava la spenatura (il contadino ricavava una sorta
di erpice con delle spine che legava dietro la bestia e sulle quali
metteva delle pietre perché quando si passava sul seminato facesse più
pressione). Il grano prima di essere sparso sulla terra andava annettate
(pulito)
dai semi impuri, perché, diceva il contadino, l'erba è figlia della
terra e cresce forte, il grano, invece, gli è figliastro e se non viene
pulito cresce debole.
Finita la semina iniziavano i lavori del maggese e qui,
per la maggior parte, si usava la zappa e mettere a coltura diversi
ettari voleva dire lavorare sodo mesi interi, di giorno e per molte ore
della notte.
Si aveva e si ha un bel dire che lu
cozze era
ignorante, rozzo, incivile, ecc. Il fatto è che quell'uomo sin da
bambino non aveva avuto la minima istruzione e aveva sempre lavorato.
Certamente non aveva la minima cognizione del vivere
civile e pertanto il suo comportamento rispecchiava una realtà
oggettiva, vale a dire secondo un cliché ricevuto dagli anziani che aveva conosciuto fin
dalla più tenera età.
Durante l'inverno, quando la neve (e ne faceva tanta)
copriva tutto, si portava al paese, nella sua casa, il mulo, o l'asino,
le galline, qualche pecora, il maiale e lui se ne andava a zappare nelle
vigne di San Severo. Solo quando il sole della primavera scioglieva la
neve se ne tornava allu vosche a seminare le patate, il granoturco e le verdure per
l'estate successiva. Infatti sia il granoturco che le patate si raccolgono
in estate avanzata.
A fine giugno il contadino della montagna si preparava per
la mietitura del suo grano. La mietitura avveniva con la falce, a mano.
Anche questo era un lavoro duro perché tutta la giornata, sotto il sole
cocente, stava chino, con la nuca e la schiena esposta; lavorava con la
falce in una mano mentre con l'altra teneva il grano, protetta dalle cannidde
(pezzi
di canne infilate alle dita) per evitare infortuni, nel caso in cui le
dita inavvertitamente si fossero trovate a contatto con la falce sempre
affilata come un rasoio.
Quando si mieteva, quasi tutti si facevano aiutare da
altri contadini disoccupati. Durante la mietitura si cantava: quant'è belle a 'gghi a mète / mo va a magne e
po arrète (come è
bello andare a mietere, ora si mangia e dopo ancora). La canzone
rifletteva un clima particolare che si respirava durante la mietitura. I
padroni facevano mangiare qualcosa in più e di meglio. Nelle lunghe ore
della giornata più di una volta offrivano un pezzo di tarallo (lu
stozze)
e vino
da succhiare dal fiasco (un recipiente di terracotta con la bocca molto
stretta, da cui usciva poco vino, a meno che il fiasco non presentava un
piccolo foro sotto il collo che permetteva un flusso più abbondante,
che si regolava con un rametto di ciliegio o amareno detto vezzarre). Si iniziava
a lavorare la mattina molto presto anche perché i lavoratori dormivano
sul posto di lavoro. Una colazione un po' più abbondante si faceva
verso le undici e si chiamava la 'mbrennela.
La paranza era composta da quattro mietitori
e un liante, colui che raccoglieva li iermete (fasci
di spighe), una decina delle quali formavano nu manocchie (covone). I covoni venivano
adacchiate, cioè
messi assieme a gruppi di trenta e più e formavano, appunto, l'acchie. Quando, poi, li si trasportava sull'aia si usavano
li cevére, che consistevano in due specie di gabbie montate sul basto
del cavallo. L'aia, prima che iniziasse la pesatora, andava
pulita dalle erbacce e spianata ben bene. Ogni pesatora era
fatta con centocinquanta e più covoni e di tanto in tanto occorreva spagghià,
cioè tirar via la paglia per alleggerire il lavoro della
bestia, che girava sempre attorno con gli occhi bendati.
Allora pe pesà
lu rane (trebbiare il
grano) bisognava spargere sull'aia i covoni ben sciolti. Il contadino,
al centro, con una lunga briglia guidava il mulo che girava intorno in
continuazione sui covoni, allo scopo di frantumare e sgranare le spighe
e, perché questa operazione risultasse più efficace, si legava dietro
all'animale una grossa lamiera bucherellata, una specie di ciclopica
grattugia con sopra una o più grosse pietre.
Per evitare che il mulo si infastidisse per il continuo
girare in tondo, gli si applicavano i paraocchi oppure gli bendavano gli
occhi con stracci neri. Il contadino, al centro dell'aia, sempre con la
capezza in mano, per ingannare il tempo, cantava nenie paesane o
sorpassate canzoni dialettali: . . ascigne Rachelina,
ascigne, ascigne,/ e cu lu lume mmane/ vine a parlareme... E ancora:
. . la
vadda di Stignane chiena da menta/ passa lu ninne mia e ce allamenta...
Quando la pesatura terminava, vale a dire quando il
contadino aveva frantumato tutte le spighe del suo raccolto, sotto le
zampe della bestia, con le forche raccoglieva la paglia e l'ammucchiava
in una pagghiera mentre il grano più pesante e fine, rimasto a terra, lo
raccoglieva con lu ratavedde e ne faceva un mucchio (regghia) al centro dell'aia; aspettava il vento favorevole e
iniziava a "ventilare" con la pala. Cosa vuol dire ventilare:
con il grano rimasto sull'aia rimanevano anche rimasugli di paglia e
pula e per dividerlo, con la pala, ne prendeva un poco per volta e lo
lanciava per aria; così facendo, la paglia, più leggera, volava via e
il grano, più pesante, veniva giù. Un'ultima operazione era lu
farnarone: con un grosso farnare, sospeso
con delle corde, si separava dai chicchi la pula ancora attaccata
nonostante la pesatura. Alla fine il grano veniva insaccato e trasportato a
dorso di muli, asini e cavalli al paese. Per le misure si usavano mozzette
e stuppedde, recipienti in legno. La quantità che oltrepassava il
bordo di tali recipienti veniva eliminata con la ràsela.
La prima parte del grano era quella da portare a casa del
padrone della terra quale terraggio, secondo gli accordi presi all'atto
dell'affitto. Dopo si metteva da parte la quantità necessaria per la
semina successiva. Il resto, sempre che l'annata fosse stata abbondante,
si vendeva per pagare i debiti accumulati durante l'anno e quello che
rimaneva serviva per il consumo della famiglia.
Tuttavia, non sempre il raccolto era soddisfacente. In
questo caso il contadino si rifaceva con la vendita di patate,
granturco, fagioli e tutto quanto aveva seminato oltre al grano.
Finiva così un anno di lavoro e di speranze, il più
delle volte andate deluse. Quel contadino guardava sempre verso l'alto,
non per pregare, ma per osservare e leggere il cielo dai cui movimenti
dipendeva la sua vita: piove, non piove, nevica, soffia la voria, c'è
secceta.
Il
contadino era sempre perseguitato dalle cattive annate e dai malviventi
"legali e illegali". Quelli legali erano gli agenti delle
tasse, i quali si presentavano alla porta di casa per consegnare le
carte, che lasciavano nella famiglia la disperazione e le imprecazioni
contro i governanti e tutto il creato. Quelli illegali non potevano che
essere i ladri e i vari malfattori. I ladri bisognava tenerli d'occhio
sempre, altrimenti sparivano le bestie, il raccolto e quanto di meglio
c'era a portata di mano: le patate, per esempio, quando venivano cavate
dalla terra. Il contadino, infatti, non avendo il tempo a disposizione
per portarle tutte al paese e venderle, le interrava in grandi fosse e
poi, un po' alla volta, le cavava e vendeva in paese appunto. Bisognava
però stare attenti ai ladri, che, come cani da tartufo, riuscivano a
individuare il nascondiglio e, di notte, a portarle via. Quando ciò
avveniva la famiglia riceveva un colpo durissimo alla sua economia.
Anche quando, per morte naturale o per incidente, moriva un mulo, un
cavallo o un altro animale importante, questo veniva pianto ad alta voce
come si piangeva la morte di un parente stretto.
Questa era la dura condizione dei contadini di una volta.
Se erano colpiti da qualche malattia, se la portavano fino alla morte.
Non parliamo poi delle malattie professionali di cui nessuno si preoccupava.
I governanti volevano solo le tasse. Per il resto niente. Non era raro
incontrare contadini anziani con grossi gonfiori sul davanti (uallere - ernie
malandate) o piegati in avanti perché la colonna vertebrale aveva
ceduto e non riuscivano più a stare diritti. All'età di cinquant'anni
il contadino era vecchio e da vecchio continuava a lavorare la terra
perché solo quello sapeva fare. Chi se lo poteva permettere di
mantenere un vecchio in casa? Qualcuno di loro moriva in campagna e lì
lo trovavano, spesso, dopo molti giorni in fase di avanzata
decomposizione. Solo in questa tragica circostanza poteva vantare il
lusso di tornarsene in paese su di un cavallo, magari con le gambe
appese da una parte del basto e la testa e le braccia appese dall'altra
parte, coperto da un sacco. Non era il caso di portarlo all'abitazione.
Lo si portava direttamente al cimitero, così come aveva disposto
l'autorità di polizia e sanitaria.
Quel contadino ora non c'è più. Quel contadino, che
zappava la terra, mieteva il grano con la falce, faceva tutti i lavori
in tutte le stagioni dell'anno aiutato dalla sua intelligenza e sempre
con le sue mani, ora non c'è più. Ha terminato il suo ciclo storico e
se n'è andato in punta di piedi, senza rumore e senza disturbare
nessuno, come del resto aveva fatto venendo al mondo: niente scuola,
niente giochi, niente trastulli infantili.
A pochi anni di età era già un lavoratore che si
guadagnava da vivere accudendo alle poche bestie, raccogliendo castagne,
noci, ecc. Ignorava perfino che la vita non si riduceva soltanto a stare
in campagna con le bestie, come le bestie.
Per concludere, un cenno all'ambiente in cui viveva.
Allu vosche teneva la casetta dove dormiva a fianco del mulo. Inoltre
aveva il pollaio con le galline che starnazzavano sull'aia, qualche
maiale e qualche capra o pecora. Questo era la media generale.
Viveva consumando molte patate e verdure spontanee, con
poco pane e ancor meno condimenti. Una dieta molto povera di sostanze
proteiche e calorie. Lu panecotte era il pasto abituate.
Nella casetta, alla sera, si accendeva la luce ad olio per
il tempo strettamente necessario per mangiare e basta. L'olio per la
lucerna era quello di scarto, la morchia. Molto spesso bastava il
chiarore del fuoco del camino.
Quando trasportava in paese i prodotti da vendere, al
ritorno se ne tornava carico di letame per concimare i campi.
Quando era festa veniva in paese di buon'ora. Dopo aver
scaricato la bestia, andava alla cantina, dove trovava qualche amico con
cui beveva il vino. Facevano una chiacchierata sulle ultime novità e
via di nuovo verso la campagna per non arrivare tardi. Sia all'andata
che al ritorno in campagna andava sempre a piedi perché il mulo era
sempre carico di qualcosa. Se portava una persona, questa era o la
moglie o la figlia. La moglie lo seguiva dovunque e comunque. Stava con
lui in campagna e qui non se ne stava con le mani in mano, ma lavorava
con il suo uomo. Dopo aver messo a posto la piccola dimora, lavata la
biancheria, preparato il pranzo, all'occorrenza, non si faceva pregare
se doveva prendere la zappa e zappare con il suo uomo fino a sera
inoltrata. Fra paziente e comprensiva con il marito e con i figli che a
quei tempi erano parecchi. La poveretta doveva districarsi tra mille
incombenze familiari e non. Nelle famiglie numerose c'erano molti
problemi e, senza una donna paziente, comprensiva e piena d'affetto per
i suoi cari, non era possibile farvi fronte. I problemi nascevano con i
bambini che, via via, affollavano la casa e crescevano. Un po' di
respiro si aveva quando i figli partivano per il servizio militare. Con
le femmine bisognava stare ancora più attenti, affinché non ci fossero
passi falsi che potevano compromettere l'onore della famiglia. L'uomo,
in queste faccende particolari, non si immischiava. Sembrava al di fuori
e al di sopra del contesto familiare: un super partes. Ma, sotto sotto, sornione, senza scomporsi e senza
dimostrarlo, controllava l'andamento dei componenti la sua famiglia e,
al momento opportuno, interveniva, a seconda dei casi, con
dolcezza o con durezza per mettere in equilibrio la situazione
familiare.
Tuttavia, non bisogna sottovalutare il compito primario
della donna di quella società: molto spesso, contro ogni apparenza, in
molte famiglie c'era un vero e proprio sistema matriarcale. Infatti,
senza una simile donna, equilibrata e decisa, tutto sarebbe andato a
rotoli irrimediabilmente. Oggi è già diverso e nessuno rimpiange il
passato pur provando tenerezza e comprensione per quei nostri antenati.
Sammarco, per la sua particolare posizione geografica, ha
sempre avuto due tipi d'agricoltori: quello della montagna o con un piccolo
appezzamento di terra e quello della pianura, che di solito veniva
chiamato massare ed era
proprietario di una vera e propria azienda agricola, la massaria. Del contadino di montagna abbiamo già detto ampiamente;
diciamo ora qualcosa de li massare. Mentre il primo conduceva una vita
di lavoro arretrato e sempre solo, continuamente impegnato sul lavoro
per poter far fronte alle mille esigenze della vita mai soddisfatte, il
secondo, al contrario, era più vario, nel senso che non era mai solo in
campagna avendo dei lavoratori alle sue dipendenze, li cafune. Qualunque fossero la sua posizione
sociale e le sue sostanze economiche, padrone dell'azienda oppure
affittuario, il suo tenore di vita, a prima vista, in apparenza,
sembrava agiato, e a volte, da spendaccione. Ma andando al fondo delle
cose, al concreto, la differenza tra l'uno e l'altro c'era, eccome!
Ovviamente, per impiantare tutta l'attrezzatura di una masseria occorrevano molti più impegni finanziari che al semplice
contadino, diciamo così. Occorrevano cavalli, tre, quattro e più, a
seconda dell'estensione della terra, il carretto, un carrettone, aratri,
sciarabà, calesse
quale mezzo di trasporto più leggero e più veloce esclusivamente per
il padrone. Soprattutto doveva avere la possibilità di tenere alle sue
dipendenze li cafune e lu curatele (uomo di
fiducia e in grado di portare avanti tutta l'attività dell'azienda).
Fra quest'ultimo che decideva, sempre nell'interesse del padrone, come
governare i cavalli, tenere in ordine li uarnemente (le bardature)
sia per l'aratro che per il carretto oppure per lu sciarabà. Tutto
questo armamentario, a cominciare dalle briglie per finire alle cinghie,
stracquale e sottopancia, doveva essere sempre ben lucido e, a volte,
ingrassato. Insomma lu curatele era un punto di riferimento
importante nelle aziende. Molte volte sapeva più lui i problemi che
sorgevano nell'azienda che il padrone.
A li iarzune corrispondeva un mensile, a
seconda del contratto stipulato all'atto dell'assunzione. Il contratto
era sempre annuale per chi s'impegnava in questo senso, altrimenti
mensile per coloro che prestavano la loro opera in certe stagioni
dell'anno. In tutt'e due i casi il lavoratore doveva mangiare a spese
del padrone. Questo in generale, ma c'erano dei casi particolari.
I dipendenti degli agricoltori della pianura avevano quasi
sempre un contratto annuale e, se per caso volevano lasciare la masseria
per un altro padrone, dovevano per forza dare un preavviso di molti mesi
prima. La data classica per le assunzioni e i licenziamenti era l'otto
settembre, Santa Maria.
Certo la vita del cafone era dura non soltanto per il
lavoro che svolgeva durante il giorno, ma anche per come passava la
notte. Sì, anche la notte lavorava perché lu curatele almeno due volte chiamava
li iarzune a governare le bestie. Tutto il giorno dietro l'aratro,
avanti e indietro, senza mai fermarsi, tranne un pochino a mezzogiorno
per dare da mangiare ai cavalli e poi riprendere fino a sera inoltrata.
Quando rientravano, mettevano a posto le bestie, davano loro da mangiare
e passavano a prepararsi lu panecotte per rifocillarsi.
Il fuoco della masseria non era dato dalla legna, ma dalla
paglia delle piante delle fave che veniva ammassata e conservata,
appunto, per il fuoco durante tutto l'anno: era lu favarazze. D'inverno
quel fuoco riscaldava ben poco, soprattutto se la masseria aveva i
locali spaziosi.
In una vita fatta di tante ristrettezze c'era poco da
stare allegri. I pasti erano sempre i soliti: pancotto con fagioli,
lenticchie, cicerchie, fave, ecc. Mai un piatto di pastasciutta,
minestrone e via variando.
Prima a Sammarco la birra la bevevano poche persone e tra
queste non mancavano gli agricoltori di cui ci occupiamo. Nell'attuale
piazza Gramsci c'era un locale, un bar, gestito da Giuseppe Soccio e
denominato la "birreria". In questo locale non c'erano altri
che loro, li massare. Gli altri non avevano la possibilità di bere la birra
perché costava troppo e il quantitativo da bere era poco. Molti di
questi agricoltori amavano far vedere che spendevano e, spesso, cadevano
nella sbruffoneria.
Leggendo queste poche righe si potrebbe pensare ad una
requisitoria del sottoscritto contro li massare. Invece, non ho mai avuto a che
fare con costoro e se scrivo queste cose è perché mi hanno così
informato i cittadini e i lavoratori che in passato sono stati alle loro
dipendenze
oppure hanno intrattenuto con loro rapporti d'amicizia per lungo tempo.
Li iarzune de li massare
erano lavoratori bravi e competenti in fatto di accudire
le bestie e di lavorare la terra. Conoscevano alla perfezione il
mestiere che avevano appreso fin dalla più tenera età. Fin da bambini,
i genitori li mandavano nelle masserie a guardare
le pecore oppure a stare attenti alli vicce (tacchini). Quando poi diventavano grandicelli, nelle
aziende facevano lu scapele (colui che non aveva un ruolo ben determinato, ma
che faceva tutto o quasi). Arrivati poi ad una certa età, più o meno
ai diciotto anni, diventavano cafoni nel senso che gli consegnavano la retena
(due
cavalli) e con questa doveva arare o, sotto un carretto, trasportare
paglia, grano e altro. Difficilmente un ragazzo che sapeva fare questo
mestiere sapeva leggere e scrivere. Non aveva alcuna istruzione. Molte
volte non sapeva fare nemmeno la sua firma. Nessuno mai si curava di
loro e della loro condizione economica, sociale e culturale. I genitori
gli insegnavano l'amore per il lavoro, a mantenersi sempre onesti e ad
essere gelosi dell'amore della propria famiglia, a non mancare mai di
rispetto ai padroni e alle persone anziane; soprattutto ad avere timore
di Dio che era sopra ogni cosa e prima di ogni cosa, e per rispettarlo
concretamente, ogni sera, prima di dormire, bisognava rivolgere un
ringraziamento al Signore per la giornata trascorsa nella sua grazia.
Ecco il giovane che cresceva nelle campagne del nostro
Tavoliere. Di lui si ricorderà puntualmente lo Stato quando gli farà
recapitare la cartolina di precetto per il militare e, all'occorrenza,
per mandarlo in guerra a farsi ammazzare da qualche nemico che nella sua
vita di stenti e patimenti non aveva mai conosciuto. Questo ragazzo, che
un giorno sarà un bravissimo lavoratore, conoscitore di ogni ben minimo
particolare del proprio mestiere, deve imparare tutto da solo, con
l'esperienza, attraverso i racconti e le descrizioni dei compagni di
lavoro. Così imparerà a guidare le bestie con l'aratro quando è il
tempo de
sdurrussà (rompere i terreni dopo il
raccolto), oppure in prossimità della semina: conoscerà le stagioni
dell'anno e quali lavori vanno fatti. Imparerà a guidare i cavalli
sotto il carretto o il carrettone per trasportare li
manocchie (covoni) alla trebbiatrice, per
usare la temunella, la francesa o la feleterra
(cioé i diversi tipi d'aratro).
Con la
feleterra doveva imparare a segnare li porche (strisce di terra di quattro passi). I solchi dovevano
essere diritti il più possibile in modo da
mantenere la distanza tra i solchi sempre uguale. E in ciò consisteva
l'abilità de lu 'mpurcatore. Per non sbagliare piantava due pali con degli
stracci legati alla punta. Uno lo piantava in fondo al limite e l'altro,
in corrispondenza, dalla parte opposta. L'aratore partiva con l'aratro
da una parte puntando diritto verso lu smattone, appunto il palo
con lo straccio. Quando poi arrivava in fondo contava quattro passi e
puntava l'aratro verso l'altro smattone e via così sino alla fine
dell'appezzamento. Tutto questo perché, quando la semina veniva fatta a
mano, il seminatore doveva lanciare a ventaglio il grano per terra e
fare in modo che lo spazio tra un solco e l'altro, andando su e giù,
venisse coperto completamente. Questo e altro doveva sapere.
Dopo il raccolto si rompevano le terre con
lu bevommere (il bivomere), per preparare la terra per la semina
successiva. Gli aratri non dovevano avere il tempo di arrugginire.
Tutte le aziende erano fornite di un pozzo di acqua
sorgiva che, purtroppo, era quasi sempre salmastra e quindi non
potabile. Però ogni masseria era fornita di una cisterna che
raccoglieva l'acqua piovana dai tetti del caseggiato e questa riusciva a
dissetare gli uomini.
Per abbeverare le bestie l'acqua si prendeva dal pozzo con
li ialette
(secchi di legno), che erano legati ad una puleggia,
e il liquido si versava in una vaschetta di pietra (pila) dove le
bestie avevano la possibilità di dissetarsi.
A quei tempi, nelle masserie c'era sporcizia dappertutto.
Innanzitutto, a pochi passi dalla porta c'era una grossa massa di letame
che ogni mattina lo scapele raccoglieva dalla stalla e portava, appunto, al
mucchio. Con questa mancanza di pulizia, d'insetti ce n'erano in
abbondanza, soprattutto pulci e cimici. Quando quei lavoratori se ne
tornavano al paese per qualche festa, lungo il collo della camicia si
notavano inconfondibili i segni lasciati sulla pelle. Ma questi erano
segni e basta. Le punture che facevano male veramente, a volte in
maniera letale, erano quelle delle zanzare. Spesso si prendeva la
malaria, che portava, molte volte alla morte del lavoratore che lasciava
nella disperazione e nella miseria più nera la famiglia.
L'acqua putrefatta stagnava nelle pozzanghere e queste
erano fonti d'aria malsana. Dalle pozzanghere si diffondeva tutt'intorno
un malessere generale che minava l'organismo già debole del cafone.
Queste ed altre difficoltà di carattere generale
predisponevano il soggetto ad essere facile preda dei malanni sempre in
agguato.
Zanzare, pulci e cimici e sempre lavoro duro e
sfruttamento bestiale. Nessuno si accorgeva di tutto questo. Nemmeno chi
credeva di stare vicino alla gente che soffriva in silenzio senza mai
chiedere niente a nessuno.
Fortunato il lavoratore che riusciva a lavorare alle
dipendenze di un datore di lavoro benestante, onesto e che sapeva
apprezzare quanto facevano i dipendenti. |