Introduzione
Se
si racconta ai giovani di come erano i Sammarchesi di settanta, ottanta
anni fa, della durezza della vita e delle infinite difficoltà per farvi
fronte, si rischia di non essere creduti oppure di non essere neanche
ascoltati.
Probabilmente
non si rendono conto di quanti sacrifici sono stati fatti per preparare il
benessere che hanno trovato venendo al mondo.
Non
ci credono perché forse è troppo grande la differenza e non c'è nessuna
possibilità di paragone: neanche lontanamente si può fare un raffronto
tra le due realtà, quella passata e quella attuale. Tutto è cambiato,
persino l'aspetto fisico delle persone.
Questa
affermazione non è una nostra impressione. È un dato di fatto
scientificamente provato: basta osservare gli anziani superiori ai
sessanta anni, la cui statura media si aggira sul metro e sessanta, mentre
quella dei giovani attuali in media non è inferiore al metro e settanta e
ciò non si riferisce ai soli uomini, ma anche alle donne.
Lo
sviluppo di cui stiamo trattando sarà dovuto, certamente, al benessere
generale del Paese e all'alimentazione abbondante e selezionata secondo
quelli che sono i "crismi" della vita moderna. Un'altra causa
della differenza è da ricercare nel controllo delle nascite che le
giovani coppie praticano: oggi è quasi impossibile trovare famiglie
numerose con sei, sette, otto figli così come avveniva nel lontano
passato. I giovani oggi sono scolarizzati e sono venuti a conoscenza del
come avere e non avere i figli. Ora non si dice più: Ii figghie ce
l'ha mannate Gese Criste (I figli li ha mandati Gesù Cristo).
Tutto è cambiato a Sammarco a cominciare dall'ambiente in
cui si vive. Basti pensare alle strade fangose e pietrose e alle
abitazioni dove i cittadini vivevano. Prima una famiglia numerosa abitava
in una casa di pochi metri quadrati senza acqua né fogna. Oggi molte di
quelle casupole sono vuote perché la gente è andata ad abitare in comodi
appartamenti costruiti nelle periferie del paese: appartamenti con più camere, forniti di servizi igienici e degni di una società
moderna al passo con i tempi.
Prima,
la casa di abitazione era piccola, di pochi metri quadrati. In quel poco
spazio iniziava la vita dei giovani sposi; ma, col tempo, con lo scorrere
degli anni, la famiglia diventava di tre, quattro, cinque e, molte
volte, anche dieci persone. Lo spazio era sempre lo stesso e le
difficoltà aumentavano di pari passo con l'aumento della famiglia.
Nella casa non c'era l'acqua e al rifornimento di questo bene essenziale
doveva pensarci la donna: la donna doveva andare ai pozzi che stavano in
Piazza Oberdan (dietro la Chiesa Madre) a prendere l'acqua da bere e per
fare da mangiare, mentre l'acqua per lavare la biancheria la prendeva
nella cisterna, se l'aveva; altrimenti la doveva chiedere per favore o
pagarla a qualche vicina di casa. La donna in casa doveva pensare a tutto:
lavare la biancheria per tutti i componenti della famiglia, fare da
mangiare, andare a vuotare la mattina presto il vaso da notte dove tutti
quelli della famiglia facevano i loro bisogni. La donna, ancora la donna,
doveva pensare a fare il pane (trumpà) e fare quattro, cinque, sei
parrozze (pani di diversi chilogrammi) per tutto il nucleo
familiare.
La
casa, nel corso dell'esistenza, non era sempre la stessa. Dopo diversi
anni, per motivi vari, si cambiava e così da un rione si passava ad un
altro, magari vicino ad altri parenti. La famiglia, in quelle case,
cresceva e viveva nella più totale promiscuità.
Il
lavoro non tutti lo trovavano in paese, o nei pressi. Ad esempio i
braccianti agricoli, che nei decenni passati costituivano una categoria
di lavoratori molto estesa, svolgevano la loro attività prevalentemente
in zone lontane da Sammarco come San Severo, Rignano, San Giovanni,
Apricena, Foggia. Questo per quanto riguarda la pianura. Per la montagna,
invece, si sconfinava nei territori di San Giovanni Rotondo, di
Sannicandro Garganico, di Cagnano e così via.
La
stessa cosa va detta per gli agricoltori e per lavoratori di altri settori
che erano, e lo sono ancora, costretti a svolgere la loro attività in
comuni viciniori. I cavapietre, i muratori ed altri, trovando lavoro
altrove, non si tiravano indietro, così come avviene tuttora. Questo
nostro paese è fatto così e non si può fare diversamente. Soltanto gli
artigiani rimanevano sempre in paese e non si allontanavano mai.
La
società degli anni Venti, Trenta e oltre era una società alquanto
arretrata. L'istruzione, nella maggior parte dei cittadini, non andava
oltre la quinta elementare. Pochi ragazzi frequentavano le prime scuole
medie, ma una larga fascia di ragazzi si fermava alle primissime
elementari per andare a lavorare... appresso alle bestie.
Nelle
strade, le famiglie si rispettavano e tutti sapevano tutto di tutti, anche
di faccende intime. E tuttavia se c'era da tenere un segreto se lo
tenevano per sé senza divulgarlo. Con questo non si vuoi dire che di
"criticone" non ce ne fossero, anzi.
Detto questo, non c'è nessuna intenzione di voler far credere che nel paese fossero solo rose e fiori. Anzi. Per esempio tra artigiani (artiste) e
contadini (cozze) c'era un astio tremendo pur se immotivato. Gli
artigiani si sentivano superiori ai contadini e come tali li trattavano.
Questi, che stupidi non erano, ne risentivano e alla minima occasione si
scontravano ed erano botte da orbi.
Per il contadino e i lavoratori della terra e della campagna in generale la
vita era più dura e faticosa, soprattutto scarsamente retribuita. Forse
questo era uno dei motivi principali che muoveva l'odio reciproco.
Artigiani, impiegati e professionisti, nelle ore di riposo e durante le feste, se
volevano fare una passeggiata, la facevano in Corso Umberto I (attuale
Corso Matteotti), mentre per contadini, pastori ed altri gli incontri
avvenivano in Corso Giannone, limitatamente alla parte alta tra Via Stilla
e la vecchia chiesa di San Bernardino. Il sabato sera e la domenica era un
via vai di giovanotti male in arnese e pronti alla rissa con avversari o
presunti tali. Molto spesso si metteva mano alle armi, specie al
coltello. Qualche volta finiva con il morto. Mai un artigiano si
permetteva di fare una passeggiata in quella zona, mentre contadini e
pastori scorrazzavano per la chiazza de sotto (il corso di sotto,
Corso Umberto I) solo nelle ore piccole, dopo la mezzanotte. Li cozze si
avvedevano della differenza che c'era tra loro e i cacachiazza (appellativo
molto eloquente che non ha bisogno di traduzione) i quali portavano,
oltre la cravatta, il fazzolettino nel taschino della giacca, scarpine (scarpe
basse) e, se d'estate, non portavano copricapo, cosa questa che non ancora
attecchiva tra i lavoratori della campagna. Di pastori, nel passato, ce
n'erano molti e tornavano al paese ogni tre settimane o anche dopo un
mese. Succedeva che, arrivando in paese prima di sera, si vergognavano
di incontrare gente, persino i parenti più stretti. Perciò soltanto la
sera tardi a lu larie de Sante Vastiane (largo San Sebastiano) si
sfogavano con gli amici, che erano tanti della medesima condizione.
I loro vestiti erano pesanti e rozzi, essenzialmente di velluto senza alcun
pregio e di fattura scarsamente descrivibile. La camicia senza
colletto e di stoffa pesante con l'apertura fino allo stomaco. Le
scarpe grosse, che si adattavano al passo lungo e cadenzato dell'uomo
di campagna. D' inverno indossavano lu cappotte, da non confondere
con quello attuale. Era una cappa larga e lunga fino al polpaccio della
gamba, di una stoffa pesante. Fra questo l'abbigliamento del
campagnolo sammarchese. La testa, poi, era sempre coperta dal cappello
o dalla coppola nuova, diversa da quella, eterna, che si indossava in
campagna. Quando ad uno di questi moriva un parente stretto, sul braccio
della giacca ci metteva una fascia nera e un pezzo di stoffa dello
stesso colore sul petto che copriva la camicia, mentre la barba non
veniva rasa per molte settimane. E se no che lutto era.
Anche le donne portavano il lutto, anzi erano loro che lo portavano
maggiormente. Tanto è vero che una donna, arrivata oltre i trent'anni,
portava quasi sempre il vestito nero, perché a quell'età cominciavano
a morire o il padre o la madre, gli zii e parenti vari e, poverina,
doveva portare persino lu maccature ‘ncape (fazzoletto in
testa) anch'esso nero.
Abbiamo
parlato dell'abbigliamento dell'uomo di campagna, ma lo stesso era per
quello di paese con certe piccole sfumature, come dicevamo prima: la
cravatta, il fazzolettino nel taschino della giacca, le scarpe lucide e
qualche altro particolare.
E
la donna come si vestiva? Le donne indossavano, di solito, una
giacchettina, una specie di camicetta sopra la tunacedda, una
gonna molto ampia pieghettata, lunga fino ai piedi. Sotto la tunacedda
bella, ne indossava un'altra che non partiva dalla vita come la
prima, ma era attaccata alla pettéra, che era una specie di gilet
senza maniche e sotto tutto quell'armamentario non mancava la
camicia, lunga anch'essa, come gli altri indumenti. D'inverno
portavano le mutande, ma che mutande! Le chiamavano la cavezone, una
specie di tuta con l'apertura dal petto che andava giù giù fin sotto
l'inguine e poi si girava su fino ai reni. Lu cavezone era lungo
fin sotto le ginocchia. Per cui le donne di allora apparentemente
portavano le mutande molte lunghe, ma, in effetti, dove più occorreva
coprirsi erano totalmente scoperte e bastava che si sedessero un po'
troppo commede (comode) e alzassero la tunacedda, che si
scopriva tutto ciò che si voleva nascondere. Sopra di tutto, in bella
vista, c'era lu zenale (un grembiule di tessuto leggero in
sintonia con la tinta della gonna). In testa, quando uscivano per la
visita alla cummara (comare) o per altro, portavano lu
faccelettone (uno scialle) oppure lu mantature, una mantiglia
che scendeva dalle spalle sulle braccia. Le calze sempre fatte a mano,
lunghe fino alle ginocchia, erano legate con una cordicella (dopo venne l'elastico). Quelle buone donne quando passavano davanti ad un
gruppo di uomini, con in mano un pezzo della mantiglia, si coprivano
pudicamente la bocca. Questa vecchia usanza è stata tramandata da
lontanissime generazioni le quali ritenevano ci fosse analogia tra la
bocca e il proprio sesso. Le donne musulmane usano ancora il ciador per
coprire la bocca. Erano quelli gli ultimi sussulti di ataviche usanze
che si tramandavano di generazione in generazione arrivate fino a noi
per scomparire per sempre.
Fino
ai primi anni Quaranta, cioè all'entrata in guerra, in Sammarco non
tutti i rioni erano forniti di fontanelle con acqua potabile. Quanto
alla rete fognante bisognerà aspettare ancora molti anni, prima di
poter vedere servite le prime strade e le relative abitazioni. Per
completare questo servizio di grande valore sociale e civile si è
dovuto attendere sino ai primi anni Ottanta.
I
giovani, arrivati ad una certa età, diciamo ai diciotto anni,
cominciavano a cercarsi la ragazza con il proposito di sposarsi al
ritorno dal servizio militare. Se la ragazza e la famiglia erano
consenzienti non c'erano problemi: dovevano soltanto mettersi d'accordo
i genitori di entrambi i giovani. I guai sorgevano quando l'amore del
giovane non era corrisposto dalla ragazza. Il giovane s'infuriava e
non digeriva l'affronto, cominciava a tramare con gli amici perfeccarece a forza (vale a dire entrare di prepotenza nella casa
della ragazza e cercare di chiudersi dentro con la sua amata). A volte
la cosa riusciva e non c'era altro da fare che acconsentire e fare in
modo di concludere con il matrimonio riparatore. Altre volte, invece,
il più delle volte, non riusciva e il giovane rimaneva scornato e
perdeva persino la dignità. Il matrimonio riparatore si svolgeva la
mattina molto presto nella chiesa e la festa si faceva nella casa dello
sposo. Ovviamente gli invitati non erano centinaia, ma si riducevano a
pochi parenti stretti e a qualche amico o compare. Tutto qui.
Quando
i due giovani ricevevano il benestare della famiglia, gli era permesso
di "fare l'amore" a distanza: lei alla finestra e lui a
passeggiare su e giù nella strada, sotto la finestra. Solo in
procinto della data delle nozze ce accredentavane (fidanzavano
ufficialmente): con una piccola festa in famiglia, il giovane,
accompagnato da genitori e parenti, entrava ufficialmente nella casa
della sua ragazza, ricevuto dai familiari vestiti a festa.
Quando
una ragazza, nella sua ignoranza e ingenuità, veniva messa incinta e
non sposata dal suo seduttore, tutte le colpe si riversavano su di lei
che doveva pagare salatissimo la sua leggerezza. Ma il danno maggiore,
per quell'epoca, ricadeva sulle spalle dei genitori e dell'intera
famiglia. Tutta la famiglia ne era disonorata. Cadeva in un baratro
profondo e non c'era nessun mezzo per tirarla fuori, se non il
matrimonio. Molte volte la ragazza veniva scacciata da casa e, poi,
senza alcun aiuto, poco alla volta, andava a incrementare l'esercito
delle lucciole sui marciapiedi delle grandi città. Altre volte si
risolveva la faccenda lavando l'onore perduto con il sangue.
Gli
uomini di questo nostro paese hanno sempre sofferto la tragedia della
disoccupazione. In tutti i continenti sono arrivati i sammarchesi in
cerca di lavoro, animati da grandi speranze e mille illusioni. Alla fine
se ne sono tornati delusi e poveri, così come erano partiti. Per questo
la vita a Sammarco è stata sempre grama.
Il
vitto quotidiano dei sammarchesi è conosciuto in quasi tutti i paesi
della provincia: lu panecotte (pane cotto) a base di patate,
verdura e pane, quando c'era. L'olio sempre poco, altrimenti ti faceva
crepare: così si diceva e c'era chi ci credeva. Si consumavano
molti legumi: fagioli, ceci, lenticchie, cicerchie, fave e quant'altro
riempiva lo stomaco. Di pasta se ne consumava poca, in campagna mai. In
campagna, d'autunno, si mangiavano molto spesso castagne cotte e patanedde
sane (patate piccole, cotte senza togliere la buccia e mangiate
senza pane). In paese, tra gli artigiani e i professionisti, si
consumava più pasta, specialmente spaghetti. Con questo non si vuole
dire che gli artigiani stessero meglio. No, decisamente no. Anche loro
soffrivano la disoccupazione e le ristrettezze, perché poveri e
bisognosi come gli altri. E tutti insieme avevano lo stesso problema:
la famiglia numerosa. E per sfamare quelle bocche ce ne voleva!
I
bambini di quelle famiglie vestivano male: niente cappottini o scarpette
intere e idonee ai rigori della stagione fredda. Come vestivano
d'estate vestivano d'inverno, al massimo calzavano scarpe vecchie che
facevano soltanto figura, perché l'acqua gelata entrava e usciva senza
alcun ostacolo. Il nasino era sempre occupato dal muco, essendo i
fazzoletti prerogativa dei grandi, e mica di tutti i grandi, perché
molti di questi avevano l'abitudine di soffiarsi e con le dita buttare
il muco per terra: non ci faceva caso nessuno perché lo facevano in
molti.
D'estate,
per i bambini, la vita era più facile: si andava a piedi nudi e non si
badava se la camicetta o maglietta fosse intera o rotta:
bastava fosse pulita (quanto alla pulizia le donne di
Sammarco, anche nella povertà più nera, erano straordinariamente
brave, erano veramente gli angeli del focolare).
Spesso i bambini
andavano a saziarsi di ciliege, fichi, mele, uva ed altri frutti nelle
vigne che circondavano il paese. Per i poveri giardinieri e guardiani,
nonostante fossero sempre all'erta, con quei ragazzacci non c'era
niente da fare.
Gli
anziani vivevano quasi tutti in campagna e molti di loro vi morivano;
quando ciò avveniva li portavano in paese su di una bestia, di
traverso sul basto. Quei pochi che stavano in paese, ogni sabato
giravano da un palazzo all'altro, dove offrivano loro nu solete (cinque
centesimi) a testa. A tempo perso se ne stavano appoggiati a lu mure
li Grazie, cioè dietro la chiesa delle Grazie. Erano vestiti male,
male sbarbati e scarsamente puliti. Nessuno si occupava di loro. I figli
stessi erano poveri e bisognosi. Molto spesso si sentiva che un padre
aveva fatto chiamare il figlio dal pretore allo scopo di farsi aiutare
economicamente, ma la cosa finiva sempre alla stessa maniera: nulla a
procedere essendo il figlio non in grado di mantenerlo... Così nessuno
si occupava del povero vecchio, quando, dopo aver speso tutta una vita a
lavorare per gli altri, era diventato debole e incapace di mantenere se
stesso: le organizzazioni fasciste, con le fanfaronate, dicevano di
assistere i bisognosi, ma, nella realtà, non facevano niente di niente
e se c'era qualcosa se la pappavano loro. Quanto ai preti, al massimo
potevano dare ai vecchi lavoratori l'estrema unzione e poi basta.
Neppure tanti religiosi amavano stare molto con i poveri.
Le
stesse donne anziane, che nella vita di miseria avevano servito in case
di famiglie ricche, quando avevano perduto le forze e non riuscivano
più a fare quel che facevano da giovani, venivano allontanate dal
palazzo senza una liquidazione e senza alcun diritto. "Vai a morire
in pace a casa tua".
A
quei tempi si faceva da mangiare nel camino. La legna la forniva la Defenza,
il bosco demaniale chiamato Difesa San Matteo. Gli uomini senza
lavoro, e persino i bambini, andavano nel bosco, con una funicella e
un'accetta di piccole dimensioni, a tagliare rami dagli alberi. Ognuno
si faceva lu fasce di legna e frasche a seconda delle sue forze.
Ma per portare il fascio più comodo sulle spalle c'era bisogno di un
supporto, il cosiddetto 'mpurcate, un ramo lungo e diritto,
spogliato dalle foglie e appuntito da una parte per facilitare
l'attraversamento del fascio stesso, da parte a parte, per arrivare
sino al punto dove era stato lasciato un pezzo di rametto di almeno
dieci centimetri, tale da formare una specie di forcella su cui poggiare
il fascio quando il portatore si riposava, piantando lu ‘mpurcate per
terra.
Nel
bosco ci andavano maggiormente i contadini e i ragazzi, ma non si
tiravano indietro certi artigiani, magari più bisognosi.
Il
riscaldamento dell'ambiente allora si basava esclusivamente sul carbone
che veniva acceso nel braciere, che stava sempre al centro della stanza.
Le donne si sedevano vicino al braciere e con le ampie gonne, spesso, si
mettevano sopra in modo che il calore rimanesse quasi tutto sotto le
vesti. A lungo andare sulla pelle delicata delle gambe, e soprattutto
delle cosce, si formavano delle macchie, che ricordavano il colore della
mortadella: erano li parente. Non erano poche le donne che si
producevano delle scottature.
Una
categoria caratteristica di giovani professionisti era quella dei
medici, i quali, appena tornati in paese con la laurea in tasca, si
facevano comperare dai genitori l'abito con la cravatta e il cappello e
prima di ogni cosa il bastoncino da portare in mano fuori casa. A quei
giovani professionisti i concittadini erano tenuti a dare il titolo di
"don". E se no che professionisti erano?
I
preti venivano, in gran parte, da famiglie di contadini e comunque di
lavoratori. Anche i frati avevano la stessa origine. Alle volte si
trattava di orfani.
Quanto
alle suore erano di origine modestissima e anche qui non mancavano le
orfanelle di padre o addirittura di entrambi i genitori. Sembra quasi
che la miseria le spingesse alla vita religiosa.
Il
ritrovo dei giovani lavoratori, specie il sabato sera, era la cantina,
dove si giocava al tressette, a scopa, ecc. Le partite erano
accompagnate da potenti bevute di vino che li ubriacava e li rendeva
inutili e pericolosi. Ma anche la bottega del barbiere era un ritrovo.
In quei piccoli locali modesti e senza attrattiva, si raccoglievano
molti giovani ai quali piaceva l'allegria e l'armonia del suono della
chitarra e del mandolino. È risaputo che quei barbieri, in un modo o
nell'altro, sapevano strimpellare qualche strumento musicale (suonavano tutti ad orecchio). Tra i clienti si trovava spesso qualche
giovane bene intonato e così, mentre di giorno si facevano accordi,
di sera tardi si andava ad eseguire serenate alle fidanzate di chi lo
chiedeva. A pagamento si capisce. Più di una volta, però, a schifio
finiva perché arrivavano dei prepotenti i quali imponevano di
smettere e di andare a suonare dalle proprie fidanzate. Da qui, più
di una volta, nascevano scontri duri e si concludeva la nottata o dai
carabinieri o tra gli infermieri.
Come
abbiamo avuto modo di ricordare, un tempo si beveva molto vino, di quel
vino "battezzato e ribattezzato" da cantenere (osti)
senza scrupoli per cui quel disgraziato che ne approfittava andava a
finire o portato a braccia a casa oppure, che era peggio, rimaneva in
piedi, traballante, disturbando il prossimo.
Nelle
strade strette del vecchio centro abitato passavano quadrupedi carichi
di sacchi pieni di derrate alimentari, di paglia o di fasci di legna.
Pochissime le automobili appartenenti ai signori, mentre se c'era
qualche lavoratore con l'auto, questa veniva usata come mezzo di
produzione, cioè il lavoratore ci lavorava trasportando gente da un
paese all'altro. Allora si viaggiava su dei carretti per andare a Monte
S.Angelo o a Foggia per la festa di San Michele o dell'incoronata.
Quando ha fatto la sua comparsa la pustala (corriera) c'era la
prima classe e la seconda e i passeggeri indossavano lo spolverino per
evitare di impolverarsi dalla testa ai piedi. Quelle corriere ci
collegavano "velocemente", a cinquanta all'ora, a San
Severo, Foggia, Rignano, ecc. Ma i lavoratori che andavano e tornavano
dalla campagna viaggiavano sempre a piedi, con la bisaccia sulle
spalle (il lunedì piena di pane, patate e quant'altro occorreva e il
sabato vuota), dovunque fosse il posto di lavoro.
Sammarco
ha avuto la fortuna di avere un piccolo ospedale pubblico che in
passato ha svolto una funzione importantissima, certamente nei limiti
delle possibilità, per venire incontro alle esigenze dell'epoca. Erano,
quelle, esigenze minime, e non ci si poteva aspettare di più. Infatti
con quella struttura ospedaliera non potevano
operare grandi luminari della scienza, tanto è vero che,
tra le tante persone sottoposte ad interventi chirurgici, più di una
non è sopravvissuta all'operazione perché i tempi e le scoperte
scientifiche erano quelli che erano e non si poteva chiedere di più.
Dopo, quel piccolo ospedale cambiò sito e divenne, poco alla volta, un
ospedale medio di circa duecento posti letto in grado di soddisfare,
oltre a Sammarco, anche Sannicandro, Apricena e altri paesi del nord
Gargano.
Quante cose sono cambiate della Sammarco degli anni Venti e Trenta! La
popolazione, è vero, è diminuita, ma, in compenso, il paese si è
esteso, si è ammodernato, civilizzato, messo al passo coi tempi.
La durata della vita in generale si è allungata e le condizioni economiche sono migliorate, l'istruzione e il comportamento della
popolazione non sono diversi da quelli degli altri paesi della zona.
I giovani non fanno più l'amore a distanza, uno alla finestra e l'altro
per la strada, ma vivono una vita senza problemi.
I baci e le carezze ... se li scambiano per strada, davanti a tutti, di
giorno e dì notte ed è diventato un fatto normale, nessuno si
scandalizza più.
Ma questi giovani non lavorano e sono tutti a carico dei genitori e, a volte,
dei nonni.
Negli anni Trenta nacque a Sammarco il campo sportivo sull'area dove attualmente
c'è la Villetta. I dirigenti della squadra, per incassare qualche soldo
dagli spettatori, che erano tanti perché attratti da una cosa nuova,
pensarono bene di recintarlo con delle tavole. E ce ne vollero di tavole!
E fu un bene, visto che con l'incasso poterono fare qualche acquisto dalla
squadra del Foggia.
Il campo sportivo vero e proprio nacque dopo la seconda guerra mondiale ad
opera degli stessi giovani di allora, sportivi e non. Molti di quei
giovani appartenevano all'organizzazione del Fronte della Gioventù di
estrazione garibaldina, essendo nata durante la guerra partigiana.
L'Amministrazione Comunale di allora era di sinistra e perciò stesso
sensibile alle esigenze dei giovani appena tornati dalla guerra e dalla
prigionia e tutti insieme, ognuno nel suo campo, portarono il loro
contributo fino alla realizzazione dell'opera.
Moltissimi anni addietro, prima degli anni Cinquanta, il fondo stradale di Corso
Matteotti era fatto di grossi blocchi di pietra nera, pietra proveniente
dalla lava del Vesuvio. Quelle pietre furono portate a Sammarco con i
carretti e chissà quanta fatica e sacrifici costò a quei lavoratori. Era
bello, soprattutto caratteristico. Poi, un bel giorno, amministratori a
dir poco irresponsabili fecero togliere le pietre nere "per fare un
corso più moderno" e ci misero le mattonelle di catrame, pur sapendo
perfettamente che il Venerdì Santo passa la processione della Madonna
Addolorata con le fracchie accese, le quali, lungo il cammino,
bruciandosi e consumandosi, lasciano una scia di brace viva. Il fuoco, è
ovvio, brucia il catrame e pertanto "la modernità" andò a
farsi friggere. Dopo ci hanno messo i sampietrini, in malo modo, e su quel
tratturo, su quella mulattiera non ci passa più nessuno a parte le
macchine. Tutto ciò, tutto quello che si cambia e ricambia significa
spese di molti milioni e i sammarchesi, che sono gente arguta e
intelligente, non l'hanno bevuta e ancora oggi si domandano: tutta
quell'operazione fu fatta per incompetenza, per leggerezza o per fini
inconfessabili? Meno male che a Sammarco il punto centrale del ritrovo
paesano non è più Corso Matteotti, ma Piazza Europa, sui viali a meze
lu Chiane.
Il mobilio di allora non era tanto complicato come ora: il comò, la cascia
(cassone), la cifoniera (comò più alto con quattro o cinque tarature
-tiretti), il cui ripiano superiore era la sede per i soprammobili. I
quadri più importanti erano quelli che dovevano contenere le foto degli
sposi. Inoltre c'era lo specchio con una bella cornice che risaltava su
tutto.
Ancora una nota. I nomi, che portavano gli uomini e le donne di allora, si
ereditavano dai parenti più vecchi come i nonni, gli zii, ecc., con la
precedenza della parte maschile: il primo maschio ereditava il nome del
nonno paterno e, se il secondo era pure maschio, ereditava il nome del
padre della madre. Dopo venivano i nomi delle nonne e così via. C'è da
sottolineare che quasi tutti i nomi avevano il loro bel vezzeggiativo e
diventavano, per esempio, Michele Mecheluccie, Pasquale Pasqualino
o Pasqualucce, Antonio Tonio o 'Ntuniucce, Matteo
Mattiucce e via di seguito. Altrettanto si faceva per le donne e
ancora di più. Ad un certo punto degli anni Trenta - Quaranta le ragazze
di Sammarco si chiamavano nella loro maggioranza Lina. Perché? Ma è
semplice: Rachele, Rachelina, Lina; Carolina, Lina; Arcangelina,
Lina; e poi Michelina e Angelina e via lineggiando.
Poi c'erano i nomi che finivano in uccia: Veneranda, Vennerannuccia;
Maria, Mariuccla; Caterina, Catarennuccia; Filomena, Fulumiuccia;
Raffaela, Raffaeluccia o Filuccia e
poi Anastasia, Siuccia e via di seguito. insomma ogni nome aveva il
vezzeggiativo. E siccome quei nomi, come dicevamo prima, per forza di
usanza e tradizione venivano ereditati da nonni e zii, in questo paese
avevano tutti lo stesso nome e di padre in figlio non c'era verso di farli
cambiare. Quanti Michele ci sono a Sammarco? E Antonio? E Matteo? Ora,
finalmente, si comincia timidamente a dare i nomi ai figli senza tenere
conto del nonno e degli zii. Era ora!
A proposito di nomi e cognomi, c'è da dire anche che spesso l'impiegato
comunale addetto all'anagrafe prendeva alla lettera le informazioni di
chi andava a denunciare le nascite e, così, non era raro che di due
fratelli uno fosse figlio di un Aucello e l'altro di un Augello o che
qualche donna risultasse Antonetta, anziché Antonietta,
dall'italianizzazione di 'Ntunetta.
Accenniamo ora alle attività produttive.
Quando l'annata agraria era buona, il contadino portava in paese l'abbondanza:
patate, verdura, frutta come ciliege, fichi, castagne, noci ed altro
ancora. Ma soprattutto c'erano più soldi da spendere ed è risaputo che,
quando si spendono i soldi, viene stimolato il lavoro di altre
categorie: lavora il calzolaio per rinnovare le calzature, il sarto per un
vestito nuovo, il muratore per rimettere su la casa e con i muratori ci
lavorano i falegnami per porte e finestre e il fabbro per inferriate, ecc.
Insomma tutto l'apparato produttivo si metteva in movimento e il paese
acquistava un'altra fisionomia e la gente era più allegra e festante. Il
contadino, subito dopo il raccolto e venduta la merce, con l'incasso
cominciava a fare i conti di quanto aveva preso nei negozi a credito e
da qui partiva per togliersi li 'mpicce (piccoli debiti che aveva
contratto durante tutto l'anno trascorso). Erano poveri ma di un'onestà
esemplare.
Tra gli artigiani sammarchesi il più caratteristico era certamente il fabbro
ferraio. Questi si alzava la mattina molto presto e cominciava a battere
il martello sull'incudine e sul ferro caldo. Ma il bello e caratteristico
era quando su di un grosso pezzo di ferro rovente, per far presto, ci
dovevano lavorare tre fabbri contemporaneamente a battere velocemente
sullo stesso punto con colpi forti e sincronizzati, senza mai sbagliare
un colpo. Il mastro, di tanto in tanto, si asteneva per un paio
di colpi e andava a picchiare sulla punta dell'incudine creando un suono
diverso e più accattivante.
Il muratore lavorava prevalentemente in paese ma non disdegnava di andare in
campagna per costruire o riparare masserie, piscine, cisterne, ovili.
Le sartorie lavoravano a pieno ritmo sotto le feste di Natale, Pasqua e
altre ricorrenze importanti perché erano quelle le occasioni per
"mettere il vestito nuovo".
Anche i calzolai lavoravano in certi periodi dell'anno: in prossimità delle
feste ma anche alle porte dell'inverno.
Gli orefici aumentavano la loro attività subito dopo il raccolto, quando
c'era maggiore disponibilità di denaro che consentiva di pagare i debiti
e permettersi qualche piccolo lusso.
Coloro che, più di tutti, lavoravano a tempo pieno erano, senza alcun dubbio, i
gestori di cantine e di bar, che in verità tanti anni addietro non
esistevano. C'era una sola birreria frequentata esclusivamente da
giovani agricoltori. I cantinieri cominciavano a ricevere i loro clienti
fin dal primo pomeriggio con gli artigiani. Più tardi arrivavano i
contadini e questi si intrattenevano fino a sera tarda quando si doveva
chiudere. In quelle cantine si beveva molto e, dopo qualche ora di
permanenza seduti su quelle panche, gli avventori erano già belli e
ubriachi. Per l'oste la giornata era assicurata.
Diversamente era per il negoziante di tessuti il quale era costretto a vendere a
credito e perciò doveva avere la pazienza di aspettare o il raccolto, se
i debitori erano contadini, oppure una buona occupazione se il debitore
era un lavoratore alla giornata.
Il paese era grande ma non aveva le risorse per dare la sicurezza ai suoi
abitanti. I sammarchesi sono andati a lavorare sempre nei comuni a noi
confinanti, a prescindere dalla grande emigrazione all'estero, nelle
Americhe e in Australia.
Ora tutto è cambiato e la miseria, quella vera, è scomparsa, ma non la
povertà, sia ben chiaro, perché di poveri ce ne sono ancora, e come!
Oggi molti fanno i bidelli sparsi per l'Italia. Dovunque vai, nelle scuole, ci
trovi ex braccianti, muratori, eterni disoccupati. Questo ha mitigato in
parte la cancrena secolare della disoccupazione. Sammarco sarà forse il
paese che ha più bidelli in tutto il territorio nazionale. Molti giovani,
con le scuole, hanno scoperto la via del lavoro in ospedale in qualità
d'infermieri diplomati. Anche questi li troviamo in ospedali di diverse
regioni.
Certamente ora Sammarco ha molti suoi concittadini laureati nelle diverse
professioni, molti dei quali onorano il nostro paese in terre lontane,
anche straniere.
Nella Sammarco di tanti anni fa c'erano i vigili urbani che avevano un gran da
fare nelle strade a stare attenti alle donne che buttavano l'acqua sporca
nelle strade e questo era un pericolo sempre presente perché la realtà
era quella e non c'era niente da fare: mancava la rete fognante e quando
era possibile si buttava l'acqua sporca con le urine. Il vigile doveva
sorvegliare, tra l'altro, che le galline che le donne avevano nelle
gabbiette non fossero liberate per razzolare tra i rifiuti che giacevano
un po' dappertutto. Quando sorprendeva queste "malefatte" non
faceva altro che tirare fuori il blocchetto e scrivere la multa. Questa
era l'attività predominante del vigile all'epoca.
Tutte quelle multe a donne un po' distratte venivano infiorettate da una
grandinata di scia ‘mpise all'indirizzo e alle spalle del vigile
troppo zelante.
Il mezzo principale per il trasporto era il carretto, non solo per le merci,
ma anche per le persone. I "signori" - padroni di grosse aziende agricole - avevano la carrozza con cavalli scelti e il cocchiere
con il "tubo" in testa (specie di cilindro). Le carrozze erano
presenti anche quando le automobili solcavano le poche strade in terra
battuta esistenti nella zona.
Per gli annunci importanti che il Comune lanciava ai cittadini di Sammarco,
non essendoci altri mezzi di diffusione di massa (niente tv, pochissimi
apparecchi radio), veniva dato l'incarico al banditore che munito di
tamburello e bacchetta girava il paese e di tanto in tanto dava la notizia
con frasi e gesti "coloriti" sia divertenti che tragici, a
seconda del caso.
Esisteva anche una carovana di facchini, che caricavano e scaricavano le merci,
soprattutto la farina.
La pulizia del paese avveniva tramite lu scopalota (spazzino), lu
traine per la raccolta delle immondizie e la votta (botte di
ferro montata su carrello e trainata da un quadrupede). Era una pulizia
per modo di dire e al massimo si scopava solo sui due corsi principali,
soprattutto quello centrale. Tutto intorno alla periferia che circondava
il paese era un susseguirsi di depositi maleodoranti di escrementi di
bestie e di abitanti della zona, che, misti a paglia, si utilizzavano come
concime per i campi.
Il
paese era, ed è, attraversato dal Canalone, un canale scoperto
che, pur se vicinissimo alle abitazioni, era sede di escrementi umani,
immondizie, carogne di cani e gatti morti e di tutti i rifiuti del paese.
Il nome vero del Canalone è Torrente Jana. Il Canalone era
sempre a secco e, soltanto quando pioveva a dirotto, le acque, che
scendevano dai monti e dalle colline, si riversavano nel centro abitato
con il loro turbinio ribollente e trascinavano via tutto quanto trovavano
lungo il loro travolgente cammino. Solo allora si ripuliva ma per poco,
perché subito dopo cominciava a coprirsi di rifiuti tra lucertole,
serpi, vermi e tutti gli insetti che lo sporco comporta. La gente ci
abitava vicino, a contatto diretto, e ci conviveva.
La fede religiosa era seguita con convinzione e partecipazione. Le
processioni si succedevano l'una dopo l'altra e i fedeli le seguivano vuoi
per fede vuoi per mettersi in mostra (i ruffiani non mancano mai in tutte
le manifestazioni) o per motivi a noi sconosciuti.
In questa carrellata disordinata di attività e mestieri dei sammarchesi di
tanti anni fa non possiamo fare a meno di presentare certe attività che
non erano mestieri veri e propri, ma che permettevano di arrotondare il
bilancio familiare.
Poiché in paese non esistevano altre fonti per rifornirsi di acqua potabile oltre
ai pozzi pubblici, in quasi tutti li jusi (sottani) c'erano
"cisterne" che raccoglievano le acque piovane dai tetti delle
case. Queste, di tanto in tanto, andavano ripulite dal calcio e dalle
impurità che l'acqua trasportava dai tetti dove uccelli e topi
abbondavano. In paese c'era qualche operaio che si prestava a tale
bisogna. Ciò era possibile quando la "cisterna" era vuota o
quasi. L'operaio scendeva nel fondo e, con attrezzi adatti, raschiava
tutt'intorno dalle pareti lo sporco che si era accumulato durante gli
anni. Dopo raccoglieva ogni cosa nei secchi e portava fuori la melma che
era rimasta sul fondo. Infine, con acqua e spazzoloni completava il
lavoro.
Inoltre c'era chi girava per le strade del paese chiedendo stracci in cambio di
qualche bicchiere o piccoli altri oggetti di poco valore.
C'era un girovago caratteristico che annunciava la sua presenza gridando: capille
o Capellare. Questi offriva cartelle con aghi, ditali, forcine, in
cambio di capelli che le donne raccoglievano dal pettine e mettevano in un
sacchetto.
Non mancavano, infine, gli ombrellai o coloro che risanavano i piatti.
Ecco, questa era, grosso modo, Sammarco. Così l'abbiamo conosciuta fin dalla
più tenera età e così ogni sammarchese l'ha ricordata quando era
lontano, emigrato in ogni parte del mondo.
Sammarco non è bella, non ha un granché; ma per noi è il più bel paese che
esiste sulla terra perché è il paese dove siamo nati, dove abbiamo mosso
i primi passi e balbettato le prime parole insieme alla nostra mamma. È
lì che abbiamo gioito e sofferto, siamo diventati grandi e abbiamo
partecipato al suo sviluppo con la nostra volontà e con la nostra
intelligenza. È così che vogliamo ricordare il nostro paese e volergli bene.
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