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Presentazione

Come eravamo: vecchi mestieri

Presentazione

Presentazione

Il frontespizio di Come Eravamo scritto da Michele Ceddia e curato Da Raffaele Fino e Giuseppe SoccioIn questo volume sono raccolti gli appunti che Michele Ceddia conservava per preparare brevi articoli destinati al giornale locale Qualesammarco sui mestieri scomparsi di San Marco in Lamis e su aspetti della vita sociale e civile del nostro comune. In qualche caso, però, si tratta della riproposizione, con lievi modifiche, di articoli già pubblicati. 

Negli ultimi anni, egli si era dedicato con particolare passione alla registrazione di nomi di utensili, strumenti, ambienti, pratiche di mestieri scomparsi, servendosi di quei pochi informatori rimasti, in grado di fornire notizie dirette e di prima mano. Alle note sui mestieri ha aggiunto, poi, quanto affiorava dai suoi ricordi circa personaggi, abitudini, comportamenti caratteristici della nostra cittadina. 

Egli ha svolto, quindi, un lavoro prezioso, che però non ha potuto portare a termine. Un lavoro che merita la pubblicazione per diverse ragioni: innanzitutto la fatica di Michele Ceddia è utile strumento per quanti vorranno dedicarsi allo studio e all'approfondimento degli stessi argomenti; inoltre, la sua è una testimonianza appassionata sulle trasformazioni che la società meridionale, e non solo di San Marco, ha subito nella seconda metà del secolo appena trascorso. 

Ma, chi era Michele Ceddia?
Nasce a San Marco in Lamis il 16 aprile 1919 e come tanti della sua generazione, dopo aver appreso il mestiere di cavamonte, si trasferisce al Nord, precisamente a Cinisello Balsamo, dove lavorerà in fabbrica come operaio metalmeccanico. 

Sin da giovane è molto attivo nelle organizzazioni sindacali e politiche della sinistra ed è coinvolto nei drammatici avvenimenti che segnarono la lotta politica del secondo dopoguerra, quando la lotta antifascista assume ancora toni aspri per le ferite aperte da ven­ti anni di dittatura. 

Il lavoro di fabbrica rafforza le sue convinzioni di comunista, persino intransigente. Infatti, la cifra del suo impegno politico è stata sempre quella dell'onestà e della coerenza, tanto da vivere con estremo disagio la trasformazione del partito comunista, dopo la caduta del muro di Berlino: non aderirà mai né al nuovo partito né a quanto rimase del vecchio. 

San Marco in Lamis L'edificio Balilla in una vecchia fotoDopo il pensionamento, nel 1979, è rientrato a San Marco e si è dedicato particolarmente ai problemi e all'organizzazione dei pensionati e, sicuramente, a lui si deve la spinta maggiore per la costruzione del centro polivalente per anziani: lo ricordiamo bene alle costole degli amministratori e nei viaggi per conoscere esperienze consolidate nel campo dei servizi sociali. 

Le sue azioni, le sue frequentazioni erano sempre improntate alla lealtà e al massimo rispetto; sapeva, soprattutto, affermare le sue convinzioni con spirito costruttivo e di concretezza, senza mai tentazioni demagogiche ed inutili ostentazioni di "purezza rivoluzionaria". 

In altre parole, Michele Ceddia aveva uno spiccato senso morale, che poneva al vertice dei valori la giustizia sociale e l'emancipazione dei lavoratori, dei quali non condivideva il piagnisteo, l'autocommiserazione o l'opportunismo quando questi si facevano corrompere o tentare dal clientelismo o dall'assistenzialismo: per lui i diritti erano frutto e conquista di lotta intelligente e tenace, di orgoglio e difesa della propria dignità, di emancipazione appunto. 

Questi tratti della sua personalità li troviamo anche in questa ricerca sui mestieri. A lui interessa soprattutto mettere in evidenza che il ricordo del passato, benché possa indurci a melanconia o a facili atteggiamenti da laudator temporis, deve farci riflettere e che, senza pregiudizi, bisogna apprezzare ugualmente quanto di buono c'è nel presente e quanto di altrettanto buono vi era un tempo. Egli narra senza rimpianti, soprattutto quando si riferisce alle dure condizioni di vita e di lavoro; anzi, saluta con soddisfazione il progresso che ha comunque migliorato quelle condizioni. Tuttavia, non dimentica né sottovaluta il prezzo che, in termini di rapporti umani, il progresso ha richiesto. 

Così egli si compiace dello sforzo di tanti artigiani per far vivere la banda paesana, ma sembra non condividere molto il vizio di bere di tanti lavoratori, anche se ne comprende le ragioni. Allo stesso modo, apprezza la schiettezza e la genuinità del mondo contadino ma non riesce a trattenere la sua soddisfazione per la fine di un certo paternalismo, per una maggiore attenzione alla procreazione responsabile.
E, questo atteggiamento di apprezzamento per la fine di un mondo ancora fatto di pregiudizi e discriminazioni risalta quasi sempre quando tratta, con pudore e discrezione, di mestieri femminili: 

affiora con netta evidenza il suo compiacimento per la fine di tante tribolazioni, per la conquistata maggiore considerazione e libertà che le donne hanno nel nostro presente, per le aumentate opportunità di porsi alla pari con i maschi. 

Persino le bestie utilizzate nei diversi lavori riscuotono la simpatia e l'umana comprensione dell'autore quando le considera sottoposte a sforzi immani e sproporzionati, tutto sommato, al risultato che si raggiungeva in termini di benefici economici. 

Insomma, Michele Ceddia è un lavoratore che ha ben compreso il posto che il lavoro ha nell'umana esistenza quale strumento di affermazione della persona che, proprio perché con il sudore si guadagna la vita, per dirla con un'espressione banale ma efficace, ha il diritto di poter andare a testa alta. Ma, nel lavoro si misurano anche altre qualità: la disciplina, la perseveranza fin quasi all'ostinazione, la precisione contro ogni sciatteria, la perizia, lo studio per perfezionarsi, il senso di responsabilità, dell'onore, della parola data, il buongusto, la disponibilità verso il prossimo, sia esso compagno di lavoro, discepolo, cliente, famiglia cui è destinato il guadagno. In ultima analisi, il lavoro quale fattore di civiltà, che deve farci riflettere ora che al lavoro si associano solo termini quali flessibilità, produttività, competitività, globalizzazione, new economy. 

È un lavoratore, inoltre, che ama il suo paese d'origine anche se questo non si è dimostrato troppo generoso nei suoi confronti. 

Ma, al di là delle valutazioni sociologiche e del valore di testimonianza delle pagine che qui vi presentiamo, vi sono indubbi ed oggettivi pregi, che torneranno senz'altro utili per successivi lavori sulll'argomento: intanto il recupero di termini tecnici dialettali che pochi oggi conoscono e, poi, la descrizione di processi di produzione di oggetti e beni oggi del tutto scomparsi. 

All'appello, diciamo così, mancano pochi mestieri e, perciò, il quadro delle attività lavorative in un comune del Mezzogiorno d'Italia sino a qualche decennio fa può dirsi esauriente. 

Ad altri, ora, il testimone per ampliare la ricerca, per precisare e catalogare le informazioni di vario genere che Michele Ceddia ci ha consegnato. 

Giuseppe Soccio 

Raffaele Fino 

Nota di redazione 

Nella pubblicazione è stato rispettato il testo così come lo ha lasciato l'autore. I curatori sono intervenuti solo per eliminare ripetizioni e per rendere scorrevole qualche passaggio poco elaborato. La trascrizione dei termini dialettali è fedele a quella che ne ha fatto l'autore.

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Pubblicato il: Venerdì, 13. Agosto 2004 (949 letture)
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