Ingegneria naturalistica
E' una branca dell'ingegneria, applicata agli inizi in modo particolare nelle zone alpine, basata su tecniche che utilizzano piante vive da sole o abbinate a materiali inerti (pietre, legno morto, terra, reti metalliche, ecc.), per:
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il controllo del dissesto idrogeologico: stabilizzazione e consolidamento di pendii franosi, interventi antierosivi nei riguardi dello scorrimento delle acque;
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interventi nel rispetto dell'ambiente in senso lato: ecologico non solo perchè tende al recupero di aree degradate, a creare ecosistemi complessi e quindi più stabili, ma anche perchè crea passaggi per gli animali ed è quindi attenta a tutto l'ecosistema, animali compresi; interviene nel consolidamento di dune e coste, nella rinaturazione di corsi d'acqua e zone umide, nella creazione di barriere filtro e antirumore, ecc.; estetico-paesaggistico: mitiga gli interventi operati da ferrovie e strade (scarpate in rilevato e trincea); interviene su cave, discariche, depuratori, sistemazioni forestali ed agrarie;
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risparmio economico ed energetico. La filosofia di base è l'utilizzo di ciò che si trova in zona che diventa così economico perchè presente in abbondanza; a basso consumo energetico perchè il materiale non deve essere prodotto e trasportato dall'esterno.
Le prime applicazioni di queste tecniche si fanno risalire a tempi molto lontani. La loro riscoperta avvenne soprattutto in Austria e Svizzera nel dopoguerra, quando, in seguito alle devastazioni del conflitto, si dovette in un certo senso fare di necessità virtù. Per cui, per affrontare i problemi, si ricorse a ciò che si trovava in loco, scoprendo alla fine che l'efficacia di tali interventi risultava spesso essere superiore agli interventi di ingegneria classica, detti "in grigio".
L'ingegneria naturalistica in Italia
L'ingegneria naturalistica non è molto diffusa in Italia. Anche se le sue prime applicazioni si fanno risalire addirittura alla Repubblica di Venezia, di recente i primi lavori sono stati realizzati nel Nord-Est (Trentino, Alto-Adige, Veneto) e più tardi in Piemonte, Lombardia e Friuli. Gradatamente, ma per lo più a livello di esperienze iniziali, eccetto quanto realizzato proprio sul Vesuvio, si sta diffondendo verso il Sud. Uno dei principali problemi che si riscontrano qui, è quello legato all'attecchimento delle specie vegetali che sono utilizzate per rinverdire le pareti. Al Nord la pianta più utilizzata è il salice, che radica molto facilmente in qualsiasi condizioni venga utilizzata purchè ci sia umidità sufficiente. Al Sud invece, oltre alla possibilità di inquinamento con specie non autoctone (problema sentito in modo particolare nelle aree protette), è proprio la qualità dell'estate, una stagione molto secca, il fattore che impedisce l'utilizzazione di talee di salice e di altre specie. Buoni risultati si hanno impiegando non talee, ma piante radicate con il pane di terra che assicura l'attecchimento in percentuali molto maggiori. L'utilizzo di specie autoctone, di piante radicate e di irrigazioni di soccorso durante le prime fasi dell'impianto e durante l'estate, sembra che abbiano risolto buona parte dei problemi. L'impiego di alcuni di questi accorgimenti aumenta di molto il costo dell'impianto, il che contraddice un po' la filosofia stessa dell'ingegneria naturalistica. Va sottolineato, inoltre, il problema del rinvenimento sul mercato delle piante. Infatti, i vivai di piante autoctone, sia pubblici che privati, sono scarsi. Dalle esperienze realizzate sul Vesuvio, si può affermare che le specie che trovano un utile impiego sono le seguenti: Acer campestre, Arbutus unedo, Celtis australis, Cercis siliquastrum, Cytisus scoparius, Corylus avellana, Crataegus monogyna, Euonymus europaeus, Fraxinus ornus, Ligustrum vulgare, Populus alba, Quercus ilex, Rosa canina, Salix caprea, Salix viminalis, Sorbus domestica, Spartium junceum, Tamarix gallica, Viburnus tinus, Vitex agnocastus, ecc.
L'ingegneria naturalistica nel Parco Nazionale del Vesuvio
I lavoratori stabilizzati del Parco Nazionale del Vesuvio svolgono diversi lavori. Il campo tuttavia dove si sono specializzati è quello dell'ingegneria naturalistica. Le opere realizzate si trovano in gran parte attorno al Vesuvio, ma non mancano lavori al di fuori del Parco e al di fuori della commessa garantita dall'Ente Parco. Il grado di specializzazione raggiunto è testimoniato non solo da quanto fatto, ma anche dalla messa a punto di particolari tipologie di opera, rese possibili durante le esperienze realizzate con i lavoratori, e che vanno sotto il nome di palificata viva "Vesuvio" e grata viva "Vesuvio".
Parco Nazionale del Vesuvio
Progetto di stabilizzazione degli ex-LSU in carico all'Ente Parco
Soggetti interessati
I soggetti principali sono L'Ente Parco Nazionale del Vesuvio, gli ex Lavoratori Socialmente Utili in suo carico e riuniti nella cooperativa Vesuvio. Il primo mette a disposizione i fondi; i secondi la disponibilità al lavoro, l'organizzazione e la capacità imprenditoriale.
Attività svolte dalla cooperativa Vesuvio
Le attività lavorative sono di vario genere. Quelle che qui si vogliono però sottolineare, sono quelle relative alla ingegneria naturalistica, alla quale si dedica un gruppo di una trentina di lavoratori, 1/3 del totale. Le opere realizzate sono di vario genere. Se ne elencano alcune:
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sistemazione delle vie di scorrimento dell'acqua piovana, vie che molto spesso costituiscono anche i sentieri, mediante: catene di fondo in pietra lavica, rompitratte in legno, fosse di assorbimento, deviazione del flusso principale in alvei naturali;
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muri a secco;
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ristrutturazione di briglie in muratura a salti, realizzate in epoca borbonica;
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palificate vive di sostegno ad una e a doppia parete;
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grate vive;
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briglie in legname e pietrame;
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sistemazione di vecchi percorsi e della rete sentieristica.
Palificata viva a doppia parete "Vesuvio" secondo Menegazzi
Terminologia. Palificata: opera costruita in pali di castagno scortecciati; viva: gli interstizi tra i pali sono occupati da piante vive (talee e piante radicate) le cui radici tratterranno il terreno; doppia parete: una parete esterna e visibile a lavoro finito, una parete interna incorporata nel terreno; Vesuvio: messa a punto sul vulcano Vesuvio; Menegazzi: l'ingegnere, dipendente dell'Ente Parco Nazionale del Vesuvio, che l'ha messa a punto.
Impiego. E' utilizzata per il consolidamento di scarpate in stato di erosione e per la sistemazione della parete a monte e a valle di sentieri realizzati a mezzacosta. Questo tipo di opera resiste bene a piccoli assestamenti di terreno. Per più semplici funzioni di stabilizzazione, si utilizza la palificata viva ad una parete.
Fasi della costruzione di una palificata viva a doppia parete secondo Menegazzi per il consolidamento di una parete alla base della quale vi è uno stradello.
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La prima operazione consiste nel preparare la base a livello o sotto il piano di campagna dandole una contropendenza del 10-15%.
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Preparata la base, viene sistemata, in senso parallelo allo stradello, una linea di pali di 12-16 cm di diametro, pali che costituiranno il primo strato della parete esterna; dietro di questi inizia la base della parete interna.
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Trasversalmente alle due pareti della palificata, rispettando la contropendenza iniziale del 10-15 %, nella parete del terreno non smosso, mediante l'ausilio di un maglio, sono conficcati dei pali, con funzione di ancoraggio, sino a che il terreno lo permette.
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Pali di ancoraggio, del diametro di 12-14 cm e della lunghezza di 2 m, sono conficcati anche nella base del terreno, all'altezza della prima fila di pali della parete interna della palificata.
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Sistemata la prima fila, inizia la seconda fila che, nella parete esterna, è rientrante di quel tanto che permetta alle piante vive di fuoriuscire dagli interstizi. La pendenza della parete esterna arriverà, in tal modo, al 30-50%.
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La costruzione prosegue per un'altezza totale non superiore a m 1,5 che richiede, di solito, la sistemazione di 6-7 file di pali. I pali trasversali alle pareti sono sempre conficcati nel terreno con il maglio. A metà costruzione e all'ultima fila, sono conficcati nella base del terreno altri pali di ancoraggio.
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Tutti i pali sono fissati tra loro mediante dei chiodi in acciaio o tondino di 16 mm. Questi sono conficcati nei pali dopo aver praticato in essi un buco con il trapano. Per favorire la penetrazione dei chiodi nel legno, si usano sostanze oleose come lubrificante.
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Per riempire gli spazi vuoti si utilizza il terreno smosso.
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Si sistemano quindi le talee o piante radicate e su di esse si dispone altra terra. Le piante o talee devono fuoriuscire dalla costruzione per una lunghezza di circa 20 cm e devono arrivare sino al terreno non smosso, nel quale devono ancorarsi con le radici. Per ogni mq di palificata si usano 5-6 piante arbustive.
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Quando tutta la costruzione è terminata, si compatta il terreno e si provvede alla prima irrigazione per favorire l'attecchimento delle piante.
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Irrigazioni di soccorso sono praticate durante l'estate sino a che la pianta sviluppa un suo apparato radicale che le permetta di affrancarsi dall'apporto di acqua esterna.
Ringraziamento:
Al Dott. Agr. Alessandro Augello (testi e foto)
A SCO Sviluppo Cooperazione Occupazione di Roma |
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 La prima operazione consiste nell’asportazione della terra franosa sino al punto che si ritiene opportuno; quindi si scava per ricavare la base della palificata, base che può essere a livello o sotto il piano di campagna; tale base deve avere una contropendenza del 10-15%. Nella foto, asporto di terra mediante un mezzo meccanico |
 Preparata la base, viene sistemata, in senso parallelo allo stradello, una linea di pali di 12-16 cm di diametro, pali che costituiranno il primo strato della parete esterna; dietro di questi inizia la base della parete interna. Tutti i pali sono scortecciati perché sotto la corteccia si annidano funghi e insetti che possono intaccare più facilmente il legno. Nel caso presentato, la base è a livello del piano di campagna |
 Nella foto è mostrata una palificata viva a doppia parete classica. Il livello della base della palificata è sotto il piano di campagna per dare maggiore resistenza alla costruzione. La palificata è in costruzione in un torrente di Mattinata (Gargano) che, durante i temporali estivi, veicola volumi di acqua elevati. Il diametro dei tronchi, sempre di castagno, è sui 30-35 cm. |
 La foto dà un’idea della impetuosità del torrente in questione; nel riquadro in basso a destra è evidente che la prima fila di tronchi è tutta sotto il livello del letto del torrente |
 Trasversalmente alle due pareti della palificata, rispettando la contropendenza iniziale del 10-15 %, nella parete del terreno non smosso, mediante l'ausilio di un maglio, sono conficcati dei pali, con funzione di ancoraggio, sino a che il terreno lo permette. Pali di ancoraggio, del diametro di 12-14 cm e della lunghezza di 2 m, sono conficcati anche nella base del terreno, all'altezza della prima fila di pali della parete interna della palificata. In secondo piano, si nota la macchina cingolata utilizzata per effettuare lo scavo |
 Sistemata la prima fila, inizia la seconda fila che, nella parete esterna, è rientrante di quel tanto che permetta alle piante vive di fuoriuscire dagli interstizi. La pendenza della parete esterna arriverà, in tal modo, al 30-50%. La parte dei pali che resta all’esterno della parete è eliminata con una motosega |
 La costruzione prosegue per un'altezza totale non superiore a m 1,5 che richiede, di solito, la sistemazione di 6-7 file di pali. I pali trasversali alle pareti sono sempre conficcati nel terreno con il maglio. A metà costruzione e all'ultima fila, sono conficcati nella base del terreno altri pali di ancoraggio. Tutti i pali sono fissati tra loro mediante dei chiodi in acciaio o tondino di 16 mm (riquadro in basso a sinistra). Questi sono conficcati nei pali dopo aver praticato in essi un buco con il trapano. Per favorire la penetrazione dei chiodi nel legno, si usano sostanze oleose come lubrificante |
 Per riempire gli spazi vuoti, si utilizza il terreno smosso. Si sistemano quindi le talee o piante radicate e su di esse si dispone altra terra. Le piante o talee devono fuoriuscire dalla costruzione per una lunghezza di circa 20 cm e devono arrivare sino al terreno non smosso, nel quale devono ancorarsi con le radici. Per ogni mq di palificata si usano 5-6 piante arbustive |
 Quando tutta la costruzione è terminata, si compatta il terreno e si provvede alla prima irrigazione per favorire l'attecchimento delle piante |
 Irrigazioni di soccorso sono praticate durante l'estate sino a che la pianta sviluppa un suo apparato radicale che le consenta di affrancarsi dall'apporto di acqua esterna |
 Spesso la palificata viva a doppia parete è abbinata alla grata viva di cui costituisce la base. La palificata serve a consolidare il terreno, la grata a stabilizzarlo. Nella foto, palificata viva sormontata da una grata viva dopo un anno dalla costruzione. Nel riquadro in alto a sinistra, fase della costruzione dell’opera |
 Al Sud è difficile trovare vivai che producono piante autoctone. Si ricorre allora alla realizzazione di un vivaio in proprio | |